Un libro su Ather Capelli, fascista della prima ora ucciso dal terrorismo gappista

martedì 14 maggio 17:18 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo. Caro direttore,

Torino, 31 marzo 1944. La Repubblica sociale italiana ha solo sei mesi di vita, ma è riuscita – pur tra innumerevoli difficoltà e la presenza di un ingombrante alleato quale è l’esercito tedesco dopo il 25 luglio e l’8 settembre – a ristabilire un minimo di organizzazione dello Stato e della Pubblica amministrazione nel Nord Italia. La linea politica ispirata da Benito Mussolini, laddove sia possibile, è quella della “moderazione”, incarnata da uomini scelti appunto per il loro approccio sereno alla drammatica situazione e per il carattere controllato e misurato che li contraddistingue: nel capoluogo piemontese, il più importante tra questi è Ather Capelli. Ex squadrista della prima ora, dirigente del partito, ma, sopra a tutto, raffinato intellettuale e giornalista di valore, Capelli è stato nominato da tempo direttore della “Gazzetta del Popolo”, dalle cui colonne tenta di diffondere messaggi di mitigazione, in una guerra civile che assume via via sempre più i tratti della mattanza senza quartiere. Ed è proprio questo atteggiamento a determinarne la condanna, quella mattina di primavera appena iniziata, quando decide di recarsi a casa a mangiare, dopo aver lavorato in redazione, discutendo della situazione politica e militare con Indro Montanelli.

Nel mirino dei partigiani

Nella logica spietata del terrorismo gappista – dopo Igino Ghisellini a Ferrara, Aldo Resega a Milano, Eugenio Facchini a Bologna e Arturo Capanni a Forlì) – anche Capelli finisce nel mirino dei partigiani, i quali lo aspettano sotto l’abitazione – dove è solito recarsi scortato solo dall’autista – è lo abbattono brutalmente con sette colpi di pistola. Oggi, per i tipi della Edizioni Ritter e grazie al minuzioso lavoro di ricerca di Luca Bonanno, la biografia umana, politica e intellettuale di Capelli viene riproposta ai lettori, in un volume di quasi 500 pagine, buona parte delle quali riproducono, organizzate cronologicamente, gli scritti del giornalista fascista, restituendogli la statura che certamente gli appartenne.

Un profilo, quello di Capelli, radicalmente diverso da quello che, fin dal giorno stesso del suo assassinio, venne delineato dai suoi stessi carnefici, i quali lo indicarono come un “sanguinario incitatore di rappresaglie”. Di esecuzioni in relazione a Capelli, infatti, ne fu consumata solo una: quella di cinque partigiani prigionieri fucilati per vendicarne la morte. L’obbiettivo, però, i suoi carnefici – Giovanni Pesce e Giuseppe Bravin – lo raggiunsero: “Ather Capelli” divenne il nome della I Brigata Nera e, da quel tragico 31 marzo, anche a Torino la guerra civile divenne lotta senza quartiere. Tre mesi prima di morire, aveva scritto: <Più che stolto, è inutile gettarci manate di fango in faccia fra italiani stando ai due lati della tremenda barricata alzata il 25 luglio dal tradimento che tutti ci disonora. Il nemico gode di questo, ne approfitta e ci frusta>.

Concordia negata

Parole nobili, espresse nel tentativo di affermare una necessità di concordia fra gli italiani da parte di chi – pur magari in modo sbagliato e parossistico, con gli occhi di oggi – aderiva sinceramente alla “religione della Patria”, ma non aveva capito, pur troppo per lui e per tantissimi altri, che buona parte dei partigiani alle logiche del nemico era assolutamente acquiescente, nel caso dei trappisti comunisti addirittura asservito. Andava scavato un solco profondo e invalicabile di sangue per dividere gli italiani e anche quello di Ather Capelli fu versato affinché diventasse “inguadabile”.

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