La base grillina è in rivolta, Di Maio sulla graticola. Rispunta l’idea di un Di Battista “badante”

martedì 28 maggio 10:28 - di Giovanna Taormina

La rabbia esplode tra i grillini. I telefoni e le chat sono bollenti: da più parti arrivano richieste di dimissioni. E a finire sulla graticola è Luigi Di Maio, accusato del mega schiaffo elettorale di domenica. I risultati parlano chiaro: in un anno di governo i grillini hanno perso sei milioni di voti. Alle elezioni politiche del 2013, alla Camera dei deputati, avevano ottenuto il 25,55 per cento delle preferenze, pari a 8 milioni e seicentomila voti. Ma l’anno successivo, nel 2014, erana andati peggio del previsto e avevano raccolgoto “solo” il 21 per cento con un totale cinque milioni e ottocentomila preferenze. Poi  alle politiche dello scorso anno hanno fatto il botto: 32,7 per cento, dieci milioni e settecentomila schede. Il M5S è diventato il primo partito. Ma il successo è durato poco. Domenica il redde rationem: si sono arenati al 17 per cento con quattro milioni e mezzo di preferenze. Ma dopo due giorni dalla Caporetto una strategia vera per uscire dal guado non c’è.

M5S, il vertice e la blindatura di Di Maio

Il Movimento è scosso dalle fondamenta e Luigi Di Maio prova a blindarsi coinvolgendo tutte le anime. «Che facciamo? Stacchiamo la spina al governo o no?». Questa, a quanto apprende l’Adnkronos da una fonte autorevole del M5S, la domanda posta da Luigi Di Maio ai presenti all’inizio del vertice convocato ieri pomeriggio al Mise per analizzare l’esito del voto europeo e disegnare la strategia per il futuro. Una domanda che avrebbe visto la stragrande maggioranza dello stato maggiore grillino compatto sull’idea di andare avanti con l’esperienza dell’esecutivo gialloverde. Un’indiscrezione, quella se staccare o meno la spina, commentata da Matteo Salvini a Porta a Porta: «Aspettiamo quattro anni…».  Fonti M5S hanno poi puntualizzano che Di Maio non ha mai proposto di staccare la spina al governo e che la sua posizione è quella che che il governo andrà  avanti per altri quattro anni.

Al vertice fiume durato tutto il pomeriggio e terminato in tarda sera ha preso parte praticamente tutto il gotha grillino: dai ministri Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede ai capigruppo Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, passando per Alessandro Di Battista, i sottosegretari Stefano Buffagni, Carlo Sibilia, Vincenzo Spadafora e i senatori Gianluigi Paragone e Paola Taverna.

Ricompare Di Battista

Segreteria politica, governo, territori (assemblee regionali e centro di coordinamento): questi i temi toccati nel corso del vertice. Ed è proprio quello del futuro assetto dirigenziale M5S uno dei temi cruciali. «Non sarà un ritorno al direttorio ma una vera e propria segreteria politica», fanno sapere fonti del Movimento. Della ristrutturazione del Movimento si parlerà mercoledì sera in un’assemblea congiunta che si sarebbe dovuta tenere ieri ma che poi è stata rimandata su richiesta di alcuni parlamentari assenti. «C’è tanto da fare», ha detto Di Maio lasciando il Mise dopo il vertice M5S.
Come si legge sul Corriere, è rispuntato Alessandro Di Battista, pronto ad assumere un incarico di rilievo nella segreteria. «Il Movimento – ha detto Diba – è stato sempre capace di combattere l’astensionismo». Per ora non ha puntato il dito su Di Maio: «Il problema non è chi, ma cosa si deve fare e come».  Ma il malcontento è forte, non è un segreto che diversi parlamentari abbiano chiesto e chiederanno domani un passo indietro del leader.  Molti, si legge sempre sul Corriere, non hanno gradito l’uscita Di Maio, che certificando di fatto la presenza di quattro correnti nel Movimento, ha spiegato di non avere avuto richieste di dimissioni da Casaleggio, Grillo, Di Battista e Fico. «Avrà pure parlato con tutte le anime — ha ironizzato Paola Nugnes — ma non con lo spirito santo». Emilio Carelli è stato chiarissimo: «Si sono fatti molti errori su toni, temi e persone». Gianluigi Paragone ha invitato a «non minimizzare». E Luigi Tofalo ha aggiunto: «Serve un bagno di umiltà. Tutti sono utili, nessuno è indispensabile». Sotto accusa non  solo Di Maio, ma anche il settore della Comunicazione. Non ha funzionato la svolta con un occhio a sinistra, impressa da Augusto Rubei e insieme a lui sul banco degli imputati ci sono finiti Rocco Casalino, Cristina Belotti e Pietro Dettori. Lo scontro è tutto aperto.

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