Travaglio all’assalto del “demonio”: Salvini è un mostro, la Raggi una santa

martedì 23 aprile 13:00 - di Natalia Delfino

L’apertura del giornale e due paginate fitte fitte per dimostrare, come recita il titolo di prima, che «Salvini colleziona impresentabili». Si materializza così l’assalto giustizialista del Fatto Quotidiano al Carroccio. Nell’articolo si ricordano «tutti i guai giudiziari della “nuova” Lega», mettendo in fila le inchieste aperte contro suoi esponenti. In fondo, sta nella vocazione del giornale, che mai si è distinto per attitudine garantista. Solo che a denunciare l’intento politico di questo vero e proprio “dossier” c’è un lungo fondo di Marco Travaglio che liquida l’attenzione mediatica per i guai giudiziari di Virginia Raggi come un tentativo di «mostrificazione» del sindaco. Tesi ripresa anche in un articolo interno, intitolato proprio «La sindaca mostrificata indigna il web». Dunque, tra i notabili dei partiti di governo da un lato ci sarebbero indagati che sono veri «impresentabili» dall’altro indagati che sono solo martiri della “honestah”. Un’operazione un po’ troppo scoperta per risultare davvero credibile.

La questione dei 49 milioni

Oltre al caso del sottosegretario Armando Siri, il Fatto ricorda i 49 milioni di finanziamento sequestrati dai giudici al Carroccio. Si tratta di una vicenda estremamente complicata, nella quale la Lega si è sempre detta parte lesa e ha raggiunto un accordo con i pm per una restituzione rateizzata. Politicamente era questione superata finché, in questa esplosione di casi giudiziari e accuse reciproche tra i partner di governo, il M5S non l’ha ritirata fuori con buona pace di quando Di Maio “assolveva” Salvini.

Il caso Siri e l’odore di mafia

A seguire, il Fatto affronta il caso Siri, indagato per corruzione per via di intercettazioni in cui l’imprenditore Paolo Arata parla di 30mila euro che potrebbero essere una tangente. Certo, l’accusa è di quelle che fanno sobbalzare, soprattutto perché questo Arata sarebbe socio occulto di un imprenditore che i pm ritengono legato al boss Matteo Messina Denaro, Vito Nicastri. In più, Siri, ci ha messo del suo, con una ricostruzione che è apparsa piuttosto confusionaria rispetto alla presentazione di quell’emendamento per l’eolico che sarebbe, secondo le ipotesi accusatorie, la “merce di scambio” con Arata. Allo stato attuale, però, non solo di quei 30mila euro non c’è traccia, ma gli stessi pm hanno escluso che Siri sapesse che dietro Arata ci poteva essere Nicastri. Dunque, almeno per ora, non c’è evidenza né della corruzione né dell’odore di mafia ovvero dei due elementi che renderebbero il caso Siri particolarmente spinoso. D’altra parte, se fosse davvero così grave, perché Siri non è stato arrestato come avvenuto, per esempio, con il pentastellato presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito?

Parnasi e il presunto finanziamento illecito

Altrettanto scivolosi sono poi i casi che completano la carrellata degli «impresentabili» a giudizio del Fatto. Il primo è quello di Giulio Centemero, il tesoriere del Carroccio indagato per finanziamento illecito in concorso con l’imprenditore Luca Parnasi. Sì, proprio quello dello Stadio della Roma che tanti e tali guai sta provocando a Raggi. Parnasi nel 2015 ha versato 250mila euro alla onlus “Più voci”, di cui Centemero è presidente. Secondo i pm, si trattava di un finanziamento illecito. Centemero si è sempre detto estraneo, e fin qui non stupisce. Ciò che lascia più sorpresi è, invece, che, come riporta lo stesso Fatto, Parnasi, benché ripetutamente incalzato dal pm, non abbia mai parlato di soldi destinati al partito della Lega.

La Rimborsopoli da 1.158 euro

Infine c’è il capitolo “Rimborsopoli”, un’andata giudiziaria che ha funestato pressoché tutte le nostre regioni. Ma che, al fianco di spese realmente ingiustificabili, in alcuni casi ha messo sotto la luce delle “spese pazze” anche attività come l’organizzazione di convegni o missioni istituzionali. Il Fatto non ci informa nel dettaglio delle spese sostenute dagli – a suo dire – “impresentabili” viceministro Edoardo Rixi e senatore Francesco Bruzzone (per l’epoca in cui erano consiglieri regionale in Liguria) e i deputati Paolo Tiramani e Riccardo Molinari (ex consiglieri regionali piemontesi), ma ci dà altre informazioni degne di riflessione. Una è che per il caso ligure manca ancora anche solo la sentenza di primo grado, dunque non sappiamo se la rimborsopoli ligure effettivamente ci sia stata o no; l’altra è che per quella piemontese a Molinari si contestano spese per 1.158 euro nel corso di una intera legislatura, il che fa circa 230 euro l’anno. Per carità, se se li è fatti dare indebitamente, se li è fatti dare indebitamente. Lui comunque si dice tranquillo: «In primo grado ero stato assolto. Attendo la Cassazione, sono fiducioso che la mia estraneità ai fatti sia dimostrata», riporta lo stesso Fatto. Intanto, però, tutto fa brodo per parlare di «impresentabili».

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