Marino assolto, Orfini: “Non devo chiedere scusa, come sindaco era un disastro”

mercoledì 10 aprile 15:54 - di Elsa Corsini

Ora nel mirino finisce il Pd, la dirigenza e il cerchio magico di Renzi sospettati di essere i “mandanti” dell’inchiesta giudiziaria su Ignazio Marino, assolto in Cassazione perché il fatto (lo scandalo degli scontrini) non sussiste. Se per l’ex sindaco di Roma è il giorno della pioggia di attestati di stima e rinnovata fiducia, fino alla richiesta di tornare in pista, per il Nazareno è il giorno delle accuse e incrociate e dei processi sommari che impazzano sui social. Non si contano i commenti dei sostenitori di Marino che hanno invaso i profili dell’ex primo cittadino chirurgo puntando il dito soprattutto contro l’ex commissario dem, Matteo Orfini, “colpevole” di aver portato dal notaio i consiglieri a dimettersi in blocco per far cadere la giunta.

La rivincita dei fan di Marino

“Ti ho sempre creduto”, “non ho mai avuto dubbi su di te e sulla tua onestà”, “ho sempre creduto fossi una persona per bene”, “sarai sempre il mio sindaco” sono i commenti più gettonati che definiscono la vicenda giudiziaria un capitolo “davvero triste”, “un’ingiustizia assurda”,  “una porcata” e fanno nomi e cognomi di quelli che ritengono i primi responsabili della caduta dell’ex sindaco. Il primo nella lista nera è Orfini: “In un partito giusto e coerente questo dovrebbe valere la testa di Orfini”.

Orfini: non devo chiedere scusa a nessuno

A chiedere scusa però l’ex responsabile capitolino del Pd non ci pensa proprio ed esce subito allo scoperto rispondendo punto per punto alle accuse. “La mia scelta fu politica, stava amministrando male la città”,  scrive in un lungo post su Facebook, “alcuni, compreso qualche dirigente del Pd, mi chiedono di scusarmi per la scelta di avere sfiduciato Ignazio Marino. Ovviamente non credo di doverlo fare, perché quella scelta l’ho assunta spiegando fin dal primo momento che non era legata all’inchiesta. Marino non era adeguato a quel ruolo, stava amministrando male Roma, la città era un disastro”. Poi la ricostruzione di quei mese da fine dell’Impero: “Di lui difesi l’indifendibile, misi me stesso a sua protezione per più di un anno, rispondendo personalmente di ogni problema della città. Andai nei luoghi dove nessuno di quella giunta osava andare perché si prendevano fischi e insulti. Li presi io per lui e per loro. E presi anche le minacce dei mafiosi di Ostia, della cui esistenza prima del mio arrivo nessuno si era accorto. Non bastò perché errori e atteggiamento del sindaco non cambiarono… La Roma disastrata di oggi è anche figlia di quella stagione, di quei limiti amministrativi, di quella visione antipolitica, di un partito che era davvero impresentabile”.

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