Delitto di Arce, per l’assassinio di Serena indagati tre carabinieri. Il padre: “Chi sa, parli”

mercoledì 17 aprile 15:54 - di Antonio Pannullo

Si sono chiuse le indagini preliminari sull’omicidio di Serena Mollicone, la studentessa di Arce (Frosinone) uccisa nel 2001. Sono stati recapitati gli avvisi di chiusura dell’inchiesta a cinque persone, a vario titolo, coinvolte nel caso. Si tratta di due carabinieri, un ex carabiniere ossia l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Arce Franco Mottola, sua moglie e suo figlio. Insomma, dopo 17 anni arriva una speranza di giustizia per Serena Mollicone, la ragazza 18enne aggredita brutalmente e lasciata morire ad Arce. L’ultima volta che fu vista viva stava entrando nella caserma dei carabinieri, come testimoniò il piantone dell’epoca, Santino Tuzi, poi suicidatosi in circostanze assolutamente oscure,sulle quali andrebbe fatta chiarezza. Oltre all’ex comandante della stazione dei carabinieri di Arce Franco Mottola, insieme con la moglie e il figlio, tutti accusati di omicidio volontario e occultamento di cadavere, sono indagati anche due carabinieri in servizio nel 2001 ad Arce, Vincenzo Quatrale, accusato di concorso morale nell’omicidio, e Francesco Suprano, di favoreggiamento.

Appello del papà di Serena: chi sa, parli

“Faccio un appello: chi sa di questi cinque, parli”. Lo afferma Guglielmo Mollicone, il papà di Serena, rivolgendosi ai cinque indagati ai quali sono stati recapitati gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari nell’ambito dell’inchiesta per l’omicidio della figlia. Mollicone si rivolge in particolare “ai due carabinieri che possono ancora parlare e ritrovare la dignità” e si appella affinché dicano “quello che sanno, senza aspettare che sia un processo a stabilirlo” ritrovando così una “dignità” tanto più importante se si “indossa una divisa”. C’è la volontà dell’Arma di arrivare alla verità, un’Arma ferita da mele marce, che è stata la prima a isolare elementi che hanno allontanato la verità”, conclude il papà della ragazza.

Serena era scomparsa il 1 giugno del 2001 e fu ritrovata cadavere due giorni dopo nel bosco di Fonte Cupa ad Anitrella con un sacco in testa, stretto con nastro adesivo, carta in bocca, oltre a mani e piedi legati. “La verità sta uscendo fuori, nonostante i depistaggi” dice Guglielmo Mollicone. “Ho sempre avuto il timore che potessero anche scappare, ora devono pagare, voglio che li arrestino. Temo che possano scappare anche con dei passaporti falsi. Serena ha perso tanto sangue, non respirava. È morta dopo 4 o 5 ore e, non per il colpo ricevuto, ma per il sacchetto in testa che non le permetteva di respirare. Per me la colpevolezza è anche dei genitori. L’ho sempre detto”. “Colpevoli di sicuro moralmente per me anche i militari presenti, due, uno è morto – conclude il papà -, che l’avranno sentita urlare e non sono intervenuti. Da un tutore dell’ordine, sinceramente, mi aspetto di più”.

C’è poi come si accennava il suicidio di un carabiniere, nel 2008, lo stesso carabiniere che aveva aperto la porta della caserma, al citofono, a Serena che veniva a denunciare il traffico di droga nel paese, nel quale sarebbe stato coinvolto proprio il figlio del maresciallo Mottola. Suicidio dalle modalità strane, con un colpo al cuore, sbrigativamente liquidato come tale, ma il cui caso è stato poi successivamente riaperto per le insistenze della famiglia del carabiniere, secondo cui il giovane non aveva alcun motivo per suicidarsi. La vicenda è stata caratterizzata da molte infamie: al padre Guglielmo (la madre morì quando Serena aveva sei anni), fu impedito dai carabinieri persino di assistere al funerale della figlia: lo andarono  addirittura a prelevare in chiesa per portarlo alla stazione senza alcun motivo valido. E i misteri sono tanti nella morte di Serena: prima il luogo dove fu ritrovata, in un boschetto, luogo già perlustrato dai carabinieri che non videro il corpo, corpo che fu visto poco dopo da alcuni volontari. Poi il giallo del cellulare di Serena, trovato in un cassetto a casa della ragazza, cassetto che era già stato controllato dai carabinieri. Malgrado depistaggi, omertà, reticenze, arresto un innocente, finalmente quialcosa si muove. Secondo la perizia di qualche mese fa, la ragazza è stata massacrata nella stazione, sbattuta contro il muro e infine soffocata con un sacchetto intorno alla testa e portata nel boschetto dell’Anitrella dove poi fu ritrovata. Serena per le botte perse i sensi, e il suo assassino ha creduto che fosse morta, ma così non era. E l’ha soffocata. La tanatologa Cattaneo a tal proposito spiega nella sua relazione: “E’ ragionevole pensare che prima di essere coperto dal sacchetto di plastica, il volto sia stato esposto per un periodo di tempo perchè le mosche deponessero le uova”. Inoltre la dottoressa ha scoperto che prima di essere colpita Serena si è difesa strenuamente. Sono emersi infatti ematomi risalenti a poco prima della morte. E fu proprio il suicidio del carabiniere, di cui dicevamo prima, che ha impedito che la vicenda fosse insabbiata: nel 2008, come detto, il brigadiere che indagava sul caso si uccide. Santino Tuzi, viene trovato morto nella sua macchina colpito da un colpo di pistola al cuore Ma la famiglia non accetta questa versione anzi negano che Tuzi avesse problemi tali da portarlo al suicidio. Si fa strada l’ipotesi che la morte del brigadiere potrebbe essere collegata al caso di Serena Mollicone. Infatti pochi giorni prima Tuzi era stato ascoltato in Procura, dove aveva dichiarato ai magistrati che, il giorno della scomparsa, Serena Mollicone si era proprio recata alla stazione dei carabinieri. Tuzi racconta infatti che poco dopo le 11 risponde al citofono della caserma, e che a suo parere si trattava di Serena Mollicone. In realtà alle stazioni i carabinieri prima di aprire chiedono nome e cognome. Dopo aver ricevuto l’autorizzazione la fa entrare. A dare l’autorizzazione secondo Tuzi è qualcuno che si trova nell’appartamento privato del comandante della stazione dei Carabinieri di Arceil maresciallo Franco Mottola. Ora ci uniamo all’appello di papà Guglielmo: i colpevoli non debbono poter scappare.

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