Assange, l’Ecuador arresta anche un altro esponente Wikileaks: legato ad ex-ministro

venerdì 12 aprile 16:49 - di Paolo Lami
Il movimentato arresto di Julian Assange da parte della polizia metropolitana londinese all'interno dell'ambasciata dell'Ecuador

Dopo lo spettacolare arresto in diretta tv di Julian Assange, l’hacker che da sette anni viveva protetto all’interno dell’ambasciata londinese di Quito, l’Ecuador ferma anche un altro esponente di Wikileaks che si apprestava a lasciare il paese sudamericano alla volta di Tokyo.

«C’è un piano di destabilizzazione in Ecuador che è legato agli interessi geopolitici», ha sostenuto il ministro dell’Interno Maria Paula Romo spiegando così l’arresto, da parte delle forze di sicurezza ecuadoriane, di una persona vicina al sito web di WikiLeaks, persona che stava tentando di partire per il Giappone.

«Abbiamo la prova di una relazione tra la persona arrestata e Ricardo Patino, che era ministro degli Esteri (dell’Ecuador, ndr) quando a Julian Assange è stato concesso l’asilo“, ha aggiunto la Romo.

Patino, dal canto suo, ieri su Twitter era tutt’altro che tenero con il presidente Lenin Moreno che ha revocato l’asilo di Assange consegnando il fondatore di Wikileaks nelle mani della polizia metropolitana londinese: «Vergogna mondiale! – ha twittato – Autorizzando l’arresto di Assange nella nostra ambasciata a Londra ha violato la Costituzione, gli accordi internazionali e messo a rischio la vita di un giornalista che ha rivelato crimini atroci. Ti condanniamo Giuda!»

E, ancora prima, deridendo la titolare del ministero dell’Interno ecuadoriano: «Il ministro María Paula Romo ha appena inventato una storia su una presunta relazione con gli hacker russi, ha solo bisogno di dire dove abbiamo lasciato “Cappuccetto rosso” e la “Bella addormentata”».

Ma la questione, ovviamente, va molto più in là delle scelte di governo fra due compagini politiche avverse, gli ex-governanti dell’Ecuador che concessero l’asilo ad Assange e quelli che, venuti dopo, lo hanno revocato.

Al centro della vicenda ci sono gli oramai famosi InaPapers, i documenti – email, telefonate, chat Whatsapp e molto molto altro – pubblicati a marzo da Wikileaks, che mettono nei guai seri l’attuale presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno svelando un imbarazzante intreccio di corruzione.

Ina Investment Corp. è il nome di un’impresa fantasma – Ina sono le ultime tre lettere dei nomi delle figlie di Lenin Moreno, IrINA, CarINA e CristINA, – creata nel 2012 a Belmopan, la capitale dello Stato del Belize, dal fratello del capo dello Stato ecuadoriano, Edwin Moreno Garcés, per ricevere tangenti, attraverso un imprenditore amico, Xavier Macías Carmignani, che fungeva da testa di legno, da alcune società, come la cinese SinoHydro che costruisce centrali idroelettriche in tutto il mondo o la panamense Recorsa, per alcune decisioni favorevoli sulle concessioni statali.
Sui conti della Ina Investment Corp. sono transitati milioni di dollari, 18 milioni di dollari una delle transazioni più sostanziose.

I documenti segreti che Wikileaks ha pubblicato, facendo, ovviamente, andare su tutte le furie il governo ecuadoriano che, in quel momento, stava ospitando Assange nella sua ambasciata di Londra, sollevano il sipario su un crimine transnazionale che riporta ai conti della Ina Investment Corp. in cui sono coinvolti, con l’accusa, a vario titolo, di riciclaggio, corruzione, frode fiscale e tributaria e traffico di influenze, il presidente Lenin Moreno e diversi suoi familiari e amici oltre ad una dozzina di società offshore e fondazioni come Espiritu Santo Holding, Fundacio Amore, Fundacion Esmalau, Fundacion Pacha Mama, Turquoise Holdings Ltd, San Antonio Business Corp, Probata Investment e molte altre.

Intorno a questa vicenda intricata ma imbarazzante che polarizza l’interesse degli ecuadoriani divisi su posizioni opposte – da una parte i fan dell’ex-presidente  Rafael Correa che concesse l’asilo ad Assange, dall’altra quelli del suo successore nonché ex-vicepresidente, Lenin Moreno finito sotto i riflettori per lo scandalo degli InaPapers pubblicati da Wikileaks e che ha revocato l’asilo – ruotano personaggi di vario genere che si schierano su posizioni contrastanti.

Una vendicativa Hillary Clinton, che ha il dente avvelenato con Assange per averle rovinato la festa – Wikileaks pubblicò le email dal Partito Democratico, hackerato dal governo russo, azzoppando la moglie di Bill Clinton nella corsa per le elezioni presidenziali del 2016 – strilla ai quattro venti «che l’arresto riguarda l’assistenza all’hackeraggio di un computer militare per rubare informazioni dal governo degli Stati Uniti. Aspetterò e vedrò cosa succederà, ma deve rispondere per quello che ha fatto».

Sul versante opposto, Trump, accusato, ora, di essere dietro all’arresto di Assange, replica, secco, di non saperne nulla: «That’s not my deal in life, non è il business della mia vita». Nel 2016, quando le rivelazioni di Wikileaks arrestarono la corsa di Hillary Clinton twittava: «Amo Wikileaks».
La Russia sta alla finestra a guardare lo svolgersi degli eventi. Ma esprime piuttosto chiaramente la sua posizione, distillata nelle parole del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «è perseguita una fonte di informazione indipendente, quale è Wikileaks – ha dichiarato Peskov – dal nostro punto di vista va totalmente contro la nostra idea di libertà di stampa e di tutela della stampa. Ci aspettiamo che tutti i diritti di Assange saranno rispettati».

Il leader del partito di opposizione in Gran Bretagna, il laburista Jeremy Corbyn, si schiera al fianco di Assange sostenendo che «il governo britannico dovrebbe opporsi»  alla sua estradizione negli Stati Uniti «per aver rivelato prove di atrocità in Iraq e Afghanistan». E pubblica, al riguardo, su Twitter un video del Pentagono, diffuso da Wikileaks, relativo ad un missile americano che, nel 2007,  uccise in Iraq 18 civili e due giornalisti dell’agenzia stampa Reuters.
Stessa posizione del presidente comunista venezuelano Maduro. Che definisce Assange «un perseguitato politico del governo degli Stati Uniti», ne chiede l’immediata liberazione, definisce l’arresto «turpe e vergognoso» sostenendo che la vita del fondatore di Wikileaks sarebbe «in pericolo per un processo truccato».

E, su posizioni, se possibile, in qualche caso, perfino più estreme, si ritrovano da una parte e dall’altra, anche la Washington Post e l’ex-bagnina maggiorata di Baywatch, Pamela Anderson, pasionaria di Assange.

La Anderson, che tutti ricordiamo morbida e avvolgente, si rivela una specie di Erinni inviperita nella difesa, a tutte unghie, di Assange. Un fiume in piena. Definisce l’Inghilterra, rea di aver arrestato Assange, «puttana dell’America» che ha bisogno «di un diversivo dalle tue stupide stronzate della Brexit».
A Trump riserva un trattamento di favore a parte. Lo definisce, senza troppi peli sulla lingua, «tossico e codardo», «egoista e crudele», circondato da «diavoli, bugiardi e ladri».
«Tu – gli augura l’ex-baywatch – marcirai,  mentre noi risorgeremo».
La Washington Post – tradizionalmente anti-Trump e che sulle rivelazioni di Assange ci ha campato e anche bene – sintetizza così: il signor Assange non è un eroe della stampa libera». L’accusa: «Contrariamente a quanto previsto dalle norme del giornalismo» «il signor Assange talvolta ha ottenuto» i suoi   «documenti in maniera non etica, compreso, secondo un altro capo d’accusa federale svelato giovedì, il tentativo di aiutare l’ex-militare statunitense Chelsea Manning a violare il sistema informatico riservato della Difesa degli Stati Uniti».
«A differenza dei veri giornalisti – sostiene l’editorial board del quotidiano – WikiLeaks ha riversato materiale in ambito pubblico senza alcuno sforzo per verificarne la fattualità o senza dare agli individui nominati l’opportunità di commentare».
C’è da capire fino a che punto Washington Post abbia fatto i suoi riscontri. E perché pubblicava articoli utilizzando Wikileaks come fonte se non la riteneva credibile e affidabile.

In tutto questo zoo umano schierato, talvolta in maniera parossistica, dall’una o dall’altra parte, non può mancare la mamma di Assange. Che, come tutte le mamme del mondo, si preoccupa della salute del figlio.
Una volta le mamme chiedevano: «ti sei messo la maglia di lana?». Ora molto più semplicemente Christine Assange, chiede alla polizia, agli agenti penitenziari, allo staff del Tribunale, «per favore, siate pazienti, gentili e cortesi con lui». Non ci sono più le mamme di una volta.

 

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