Via della Seta, fare accordi con la Cina è abdicare alla libertà: lo dimostrano i fatti

martedì 26 marzo 11:11 - di redazione

Chi ha studiato le basi rudimentali dell’economia sa come funziona un mercato, con lo scambio di beni e servizi a un prezzo stabilito da fattori ben precisi quali domanda e offerta. In un mercato concorrenziale difficilmente le transazioni avvengono a un prezzo diverso da quello del mercato. 

Quando ad agire sul mercato però, non sono operatori del mercato stesso ma enti statali (Stati stessi, banche statali o simili), il presupposto della transazione basata sulla valutazione economica decade: lo Stato può vendere anche per ragioni politiche o ragioni di interesse interno di qualsiasi natura. Per esempio, se uno Stato possiede i titoli di un altro Stato, può decidere di svenderli per questioni di condizionalità politica. Un esempio più pratico potrebbe essere il Porto del Pireo ad Atene, venduto ai cinesi che sono azionisti di maggioranza, che risponde al governo cinese e non più a quello greco. 

Trattare di infrastrutture strategiche con uno Stato significa dare a quest’ultimo la possibilità di usarle per i propri fini, ad esempio usando la propria tecnologia per utilizzare le stesse come basi di ascolto, basi di controllo di dati, basi di scambio di informazioni. Consentire la possibilità che uno Stato sovrano possa comprare infrastrutture cruciali significa esporsi al mercato di quello Stato. Uno statalista o un comunista risponderebbe che esporsi al mercato di un altro Stato non è poi così male, ma lo stesso soggetto certamente ometterebbe di ricordare che il mercato cinese è il più grande al mondo, e che per via delle differenze di scala abissali con l’Italia finirebbe per controllare a suo piacimento qualsiasi asset del quale entri a far parte. 

Sempre lo stesso comunista a quel punto passerebbe all’attacco dicendo che «si passa da un padrone americano a un padrone cinese quindi meglio chi ci porta più soldi». Peccato che il comunista non sappia che questo giro di valzer ha un prezzo estremamente alto, poiché il “padrone” precedente ha in mano titoli e agenzie di rating che potrebbero penalizzarci economicamente in modo definitivo. 

Inoltre, sempre nella logica del meno peggio, sarebbe utile ricordare che il presidente cinese ha appena abolito il limite al proprio mandato, decretando di fatto la sua ascesa a dittatore, e che quindi forse avere un ente nazionale democratico (o almeno parzialmente tale) come interlocutore è meglio che avere un ente dittatoriale. 

Per fortuna (pare) non ci sia stato un altro deleterio accordo sul 5g. I bene informati, infatti, sanno bene che dato l’immenso digital gap tra noi e i cinesi, data la nostra arretratezza sulla banda larga fissa, usare la banda larga mobile cinese non significherebbe colmare un gap bensì mettere i nostri sistemi informatici in mano cinese. Questo significa, ad esempio, che se domani, come avvenuto in America nelle basi militari, un aereo con un cip di controllo cinese non parte, non si potrà mai riparare senza l’ausilio dei cinesi stessi. 

Un altro esempio tragico è quello della metro di Londra, dove i cinesi installarono la rete wi-fi 10 anni fa. Tutte le scatole cinesi sono state poi sostituite poiché lo Stato cinese aveva fatto clonare tutto il traffico dati (incluse mail e qualsiasi comunicazione avvenuta, inclusi scambi delicati quali brevetti o accordi privati). 

Per cui, forse esporre le nostre infrastrutture a condizionalità politica cinese, esporre i nostri asset al controllo del mercato cinese, inimicarsi la potenza mondiale che fino ad oggi ci ha controllato, regalare il controllo informatico dei nostri sistemi ad aziende cinesi “opache” non è una buona idea.

E infine, per i grandi professori di economia che parlano di opportunità economica, si ribadisce che ragionare in termini economici di fronte al potere di uno Stato totalitario è esattamente come ragionare in termini economici con la mafia, con la quale, come è ben intuibile, è quasi più pericoloso essere in credito che in debito. 

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