Massacro di Sergio Ramelli, il silenzio complice della sinistra antifascista nel giorno dell’agguato

mercoledì 13 marzo 16:32 - di Antonio Pannullo

Mentre la sinistra continua a straparlare di pericolo fascista per nascondere la sua inettitudine a fare politica, oggi ricorre l’anniversario di uno dei più efferati attentati degli anni di piombo, compiuto ovviamente dagli antifascisti: il 13 marzo 1975 un commando di assassini di Avanguardia Operaia di Milano aspettarono sotto casa il 18enne Sergio Ramelli e lo aggredì con le chiavi inglesi Hazel 36, l’arma di ordinanza dei gruppettari comunisti dell’epoca, riducendolo in fin di vita. Ramelli morì il 29 aprile successivo, dopo 48 giorni di agonia senza mai riprendere conoscenza se si eccettuano alcuni brevi momenti di lucidità. Quando il consigliere comunale missino di Milano Tomaso Staiti di Cuddia dette la notizia in consiglio, fu fischiato e ci fu chi ignobilmente applaudì. Questa è la sinistra antifascista, questa è sempre stata: in quegli stessi giorni, sempre a Milano, i criminali dell’ultrasinistra continuarono lla loro opera mortifera contro chi non la pensava come loro: aggreditorno il giovane Antonio Braggion che per difendersi fu costretto a sparare un colpo di pistola che uccise il comunista aggressore Varalli; fu ferito gravemente l’avvocato e consigliere provinciale del Msi Cesare Biglia, che fu gravemente ferito insieme alla moglie; il sindacalista della Cisnal e combattente della Repubblica Sociale, invalido di guerra, Francesco Moratti, fu colpito a colpi di chiavi inglesi e lasciato per terra, mentre i locali del sindacato nazionale venivano incendiati; altre tre giovani, uno liberale, furono sprangati e ricoverati all’ospedale, nel clima di follia che aveva armato i delinquenti comunisti contro gli oppositori politici.

Il giorno prima della morte di Ramelli, i criminali di sinistra, impuniti, andarono sotto casa Ramelli, fecero scritte minacciose e intimarono al fratello di sparire entro 48 ore pena la morte. Il tutto nel silenzio delle autorità e delle forze dell’ordine, molto forti e decise però, nel giorno del funerale, a vietare il corteo funebre agli amici di Ramelli. Tra l’altro, Avanguardia Operaia aveva promesso di aggredire con le chiavi inglesi chiunque avesse partecipato al funerale del “fascista”. Oggi i comunisti non sprangano più, ma l’odio che li anima è sempre lo stesso: pochi giorni fa a Perugia la rotatoria dedicata a Sergio Ramelli è stata vandalizzata dalle femministe dei centri sociali, che hanno festeggiato così la festa della donna, imbrattando la rotonda inaugurata appena l’anno prima. Tra l’altro, i consiglieri del Pd di Perugia si erano opposti all’intitolazione della via, confermando così che l’odio verso chi non la pensa come loro non si è ancora sopito. E oggi, nell’anniversario di un gesto gravissimo come l’aggressione a freddo di un diciottenne inerme, in Italia la sinistra antifascista si distingue per il suo silenzio, per il suo tacere, per il suo non condannare gli atti di violenza contro chi non può dissentire dai diktat della sinsitra. Nonostante la martellante campagna della sinistra contro i morti ammazzati, la figura e la storia di Sergio Ramelli, non sono più solo patrimonio della destra, essendo entrate da tempo nella memoria comune dei milanesi e degli italiani. Eco perché non solo a Perugia (nonostante le proteste del Pd) e in altre città sono sorti piccoli o grandi simboli che ricordano il ragazzo massacrato. Sergio Ramelli frequentava l’Istituto tecnico Molinari di Milano: fu bollato con il marchio di “fascista” solo per aver scritto un tema in classe in cui biasimava gli omicidi delle Brigate Rosse. Erano gli anni Settanta, gli anni in cui “uccidere un fascista” non era reato…

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