Processo Cavallini, quelle verità senza fondamento. E Barbacetto…

venerdì 1 febbraio 12:31 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Pino Romualdi li chiamava “utili idioti”, riferendosi a quei personaggi del mondo intellettuale e giornalistico che, sopravvalutati ad hoc da chi tiene i fili dell’informazione, sono sempre pronti a elaborare teorie o a propalare come “verità” notizie senza nessun fondamento o quasi. Difficile dire se Gianni Barbacetto possa appartenere alla categoria suddetta, certamente il suo modo di operare nei “media” è per lo meno simile a quello dei colleghi detestati dal fondatore del Msi. L’articolo su Gilberto Cavallini pubblicato nelle ore scorse dal Fatto quotidiano potrebbe essere illustrato in una scuola di giornalismo, per spiegare come non è corretto lavorare in questa professione. «Gilberto Cavallini è stato condannato per banda armata – inizia Barbacetto -, ma solo ora è a processo anche per la più sanguinosa delle stragi italiane». Primo fake: l’ex-Nar è stato presente in tutti i processi per la Strage e due volte inquisito proprio per avervi attivamente partecipato: è stato riconosciuto da una pletora di magistrati colpevole solo di “banda armata” o prosciolto in istruttoria. Tanto è vero che chi lo ha denunciato oggi e chi ha permesso che si aprisse il procedimento in corso ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie e arrampicarsi su immense montagne di specchi, per aggirare il no bis in idem che, in qualsiasi altra nazione giuridicamente civile, sarebbe stato opposto alla richiesta di riportare alla sbarra chi è stato più volte giudicato estraneo ai fatti in oggetto. Poi, dopo aver frettolosamente riassunto le “protezioni” da parte del “ghota del neofascismo italiano”, Massimiliano Fachini, Paolo Signorelli, ecc., e l’aver ricordato che Cavallini ospitò Valerio Fioravanti a Treviso dopo l’omicidio di Antonio Leandri,l’altra “perla”: «Per Giusva e il suo gruppo la trasferta veneta è l’occasione per il salto di qualità. Il 23 giugno 1980, i Nar uccidono a Roma il sostituto procuratore Mario Amato». Che spettacolare esercizio di mistificazione. Nell’incipit dell’articolo, il Nostro si è premurato di evidenziare come il tentativo delle parti civili, nel processo in corso, sia quello di dimostrare come Cavallini abbia rappresentato l’anello di congiunzione tra gli “spontaneisti” e il vecchio mondo di Ordine nuovo. Solo una tesi, per altro alquanto fantasiosa, ma che Barbacetto risolve, come si è letto, con un’acrobazia retorica, facendo intendere al lettore come solo dopo essere stato ospitato da Gigi, già protetto da Fachini e Signorelli, i Nar decidano di assassinare Amato. Ovviamente, ci vorrebbe coraggio per andare fino in fondo e scrivere: “su suggerimento di…”, ma questo “grande giornalista investigativo” sa bene che qui si andrebbe a sbattere contro il muro dei pronunciamenti giudiziari: Fachini non è mai entrato nemmeno di striscio, nel processo per l’assassinio di Amato; Signorelli, invece, subì un vero calvario giudiziario, con tre condanne e altrettanti annullamenti, fino al riconoscimento pieno della sua innocenza, in via definitiva. Poi, la “favoletta” dell’attentato al giudice Giancarlo Stiz, che Fioravanti avrebbe avuto in animo di compiere e così sfacciatamente da minacciare in aula il magistrato: peccato, però, che di questa minaccia, di cui non c’è traccia in nessun verbale dell’epoca e in nessun atto giudiziario, parli appunto solo Barbacetto in un suo libro, citando Stiz stesso – che è morto, però – senza possedere più né la registrazione né gli appunti di quel colloquio, come ha lui stesso affermato davanti alla Corte d’assise di Bologna. Non solo: chiamato mercoledì a ricordare questo fatto, l’allora collega di Stiz, l’ex-magistrato XXXX, non solo ha dovuto ammettere di non aver un ricordo diretto della cosa – limitandosi a riferire in aula, a Bologna, quello che gli avrebbe ricordato un altro collega ancora nelle settimane o nei mesi scorsi -, ma non sapendo neppure spiegare come e perché, se una tale minaccia fosse stata profferita sul serio, non si sia aperta un’inchiesta a carico di Fioravanti, visto che si sarebbe dovuto procedere d’ufficio e all’istante. Ma è chiaro: Stiz è il magistrato che indagò su Ordine nuovo tra i primi e, se s’intendono collegare i Nar alla “vecchia estrema destra” , la “leggenda dell’attentato” è utilissima alla bisogna. Infine, il “carico da 90”: «Digilio [Carlo, il pentito che faceva parte della rete di On in Veneto, ndr] prima di morire ha raccontato dei suoi incontri con Maggi e “un giovane che aveva bisogno di valutare una partita di armi”: era Gilberto Cavallini, che ieri, al processo in corso a Bologna, ha finalmente ammesso di averlo incontrato». Qui siamo alla comiche, per non dire altro. Cavallini non ha mai nascosto di aver frequentato Digilio per comprare e vendere armi, ha sempre negato – anche ieri, contrariamente a quello che scrive Barbacetto – di averlo fatto proprio in quell’occasione, ammettendo la quale si sarebbe racchiuso in un alibi intangibile da chiunque proprio per la Strage di Bologna. Infatti, come si è riferito precedentemente, Digilio disse di averlo incontrato a Venezia il 2 agosto e, quindi, ammettendolo, Cavallini avrebbe risolto il problema di spiegare se fosse o meno a Bologna, quella mattina. L’ex-Nar, però, continua ad avere un’unica condotta processuale, da sempre e, nonostante il vantaggio che avrebbe potuto ottenere, ha ripetuto che il 2 agosto era a Padova, per incontrare un’altra persona. Perché nella vita si può essere assassini e responsabili di gravissimi delitti, ma avere comunque una dignità superiore rispetto a certe persone “note” e per “bene”.

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