India e Pakistan si odiano dal ’47: hanno già combattuto tre guerre con migliaia di morti (video)

giovedì 28 febbraio 15:37 - di Antonio Pannullo

L’India ha chiesto il rilascio del pilota dell’aeronautica catturato dopo l’abbattimento del suo caccia ad opera degli aerei pachistani. Le immagini video dell’uomo, con gli occhi bendati e il volto insanguinato divulgate dal ministero dell’informazione di Islamabad sono state definite da Nuova Delhi “una volgare esibizione di una persona ferita”. Secondo il portavoce militare pakistano, generale Asif Ghafoor, il pilota sarebbe stato “trattato secondo le norme dell’etica militare”. Comunque il Pakistan intende liberare domani il pilota indiano catturato. Lo ha annunciato il premier, come gesto di distensione, dopo giorni di scontri verbali e militari con New Delhi. “Libereremo domani il pilota indiano catturato, come gesto di pace”, ha detto il primo ministro Khan in un discorso al Parlamento di Islamabad.

Ma perché, a quasi ottant’anni dall’indipendenza di entrambi i Paesi, ancora si combatte? E perché in questi anni India e Pakistan hanno già combattuto tre guerre? La ragione va ricercata nella disastrosa “partizione” dell’India, allora dominio inglese, che fu frettolosamente divisa in due (anzi, in tre) da Lord Mountbatten: il Pakistan fu diviso in due, con in mezzo quella che è oggi l’India. La parte più a est, il Bengala, oggi si chiama Bangladesh e ha a sua volta ottenuto l’indipendenza. La divisione fu fatto in base alle confessioni religiose: il Pakistan, a maggioranza musulmana, fu diviso dall’India a maggioranza indù. Il risultato – drammatico – è che ci fu un esodo biblico da entrambe le parti: i musulmani dell’India andarono in Pakistan, e gli indù che abitavano in Pakistan emigrarono verso l’India. Ma non fu un esodo pacifico: ci furono scontri interreligiosi che causarono un milione di morti. La causa di tutto fu la regione del Kashmir, abitata in maggioranza da musulmani ma governata da un indù, che decise di aderire all’India. La prima guerra scoppiò già nel 1947, e fu risolta dall’Onu assegnando una parte del Kashmir anche al Pakistan, che però non si ritenne soddisfatto. La seconda guerra scoppiò nel 1965, quando il Pakistan infiltrò forze speciali in Kashmir per fomentar una rivolta anti-indiana. L’India reagì attaccando il Pakistan anche con armi pesanti e carri armati, causando migliaia di morti. La terza guerra scoppiò nel 1971, non per il Kashmir stavolta, ma per le rivendicazioni del Bengala, quando dieci milioni di bengalesi fuggirono in India. I due eserciti si affrontarono fino a che le forze pachistane in Bengala si arresero e il Bangladesh divenne indipendente. Qualcuno sostiene che ce ne fu anche una quarta, nel 1999, quando il Pakistan e i ribelli musulmani del Kashmir occuparono zone controllate dall’India, ma il conflitto fu davvero molto limitato.

Comunque fu il Kashmir la causa della nuclearizzazione dei due Paesi asiatici, perché ognuno cercava di dissuadere l’altro, senza peraltro riuscirci, perché entrambi disponevano – e dispongono – dell’opzione nucleare. Nel orso degli anni, poi, i due Paesi scelsero gli alleati in funzione difensiva: il Pakistan si avvicinò agli Stati Uniti e all’Occidente, e l’India all’allora Unione Sovietica. Tanto che ancora oggi possiede armamenti ex Urss, come il Mig che è stato abbattuto in questi giorni dai pachistani. Le cose sono molto cambiate da allora, oggi in India c’è un governo nazionalista di destra, ma quello che certo è che la decolonizzazione, anche lì, ha portato più male che bene: molti uomini politici, tra cui anche premier sono morti di morte violenta, basti penare a Indira Gandhi e suo figlio Rajiv o al pakistano Bhutto. La questione, come si vede dai fatti di questi giorni, è ben lungi dall’essere risolta: ed è sempre la fetale e ricca regione del Kashmir e i suoi abitanti la ragione del contendere.

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