Il ricordo e la rabbia. Dopo 36 anni nessuno ha mai pagato per l’omicidio di Paolo Di Nella

sabato 9 febbraio 15:48 - di Gloria Sabatini

Trentasei anni fa moriva Paolo Di Nella, nel giorno del suo ventesimo compleanno. Colpito di spalle, al cranio, nella notte del 2 febbraio 1983 da due esponenti dell’Autonomia operaia (mentre affiggeva manifesti per restituire ai cittadini del suo quartiere lo spazio verde di Villa Chigi),  Paolo entra in coma per non svegliarsi più. Una morta assurda, “fuori tempo massimo”, per la quale nessuno ha mai pagato il conto con la giustizia.

Un colpo di coda

Era il 9 febbraio 1983: il sapore acre degli anni di piombo, con il suo carico di caduti dall’una e dall’altra parte, sembrava un ricordo del passato, la destra giovanile aveva mosso passi da gigante nel superamento delle contrapposizioni ideologiche, parte della sinistra cominciava a fare autocritica e il dialogo generazionale sembrava a portata di mano. Invece, quel colpo alla nuca è un balzo all’indietro imprevisto e imprevedibile. Che però  segnerà un punto di non ritorno. Paolo merita qualcosa di più di una vendetta a caldo,  dello stanco rito dell’occhio per occhio, dente per dente. La risposta è che non si risponde, il “favore” non sarà restituito: davanti al corpo esangue di Paolo avvolto in un sudario e al giglio bianco donato da un’infermiera, i suoi “capi” giurano che non si risponderà al sangue innocente con altro sangue innocente. E così sarà. «Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi: l’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato», si legge nel volantino del Fronte della Gioventù scritto poche ore dopo la sua morte.”

Capellone e testardo

Militante del Fronte della Gioventù, silenzioso, capelli lunghi e occhiali, Paolo era un ragazzo molto lontano dagli stereotipi del fascistello dei primi anni ’80. Paolo lavorava in silenzio nello sgabuzzino di via Sommacampagna dove passava ore a scrivere manifesti a mano, andava in vacanza in tenda, guidava la moto, parlava di comunità di quartiere oltre la destra e la sinistra, era contro la pena di morte ( tanto bastò per cacciarlo dalla sezione missina di viale Somalia). Testardo. Si era messo in testa di restituire ai cittadini del suo quartiere il parco di Villa Chigi per destinarlo a centro sociale e culturale e aveva speso gran parte della giornata dell’aggressione ad affiggere manifesti per rendere pubblica una raccolta di firme per l’esproprio. Quella sera in affissione è solo con Daniela Bertani quando verso le 23, mentre è in mezzo allo spartitraffico di Piazza Gondar, viene avvicinato da due ragazzi apparentemente in attesa dell’autobus e colpito alla nuca. Rientrato in macchina, si fa accompagnare a una fontanella, si sciacqua la ferita e si fa promettere da Daniela che non dirà nulla. Rientrato a casa i genitori lo sentono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi, l’ambulanza arriva quando Paolo è già in coma.

La veglia ininterrotta

Per sette giorni e sette notti  la sua comunità non lo molla un attimo. Seduti a terra nel corridoio del Policlinico Umberto I decine di ragazzi e ragazze sono lì, a proteggerlo, ad accarezzarlo, quasi a volerlo resuscitare con la veglia e la preghiera, tra stecche di sigarette, tramezzini e quintali di caffè. Un triste pomeriggio, il 5 febbraio, mentre la maggior parte dei ragazzi è in corteo e l’ospedale è semideserto si consuma un piccolo miracolo: al capezzale di Paolo si presenta Sandro Pertini,  il presidente partigiano, per la prima volta un antifascista spezzava l’ignobile vulgata per la quale “uccidere un fascista non è reato” , alla visita del capo dello Stato seguirà quella del sindaco comunista Ugo Vetere. All’indomani della morte di Paolo, Giuliano Ferrara firma un editoriale di Repubblica nel quale ammette che anche se la vita politica di Di Nella era “deprecabile”, si doveva rispetto al morto. Alla famiglia arriva il telegramma di condoglianze di Enrico Berlinguer. Qualcosa si mosse, ma nessuno dei suoi killer ha fatto un solo giorno di prigione, non bastò la presenza del capo dello Stato perché la magistratura cambiasse marcia con depistaggi e coperture degli attivisti di Autonomia Operaia molto “attivi” nel quartiere Africano, al confine con Trieste Salario. L’omicidio di Di Nella è rimasto impunito, così come è accaduto per Francesco Cecchin, ucciso vicino piazza Vescovio qualche anno prima.

Indagini fasulle e omertà

Cinque giorni dopo venne trovato un volantino firmato Autonomia Operaia nel quale si rivendicava l’agguato. Nella lista dei sospettati finirono Luca Baldassarre e Corrado Quarra che inizialmente riuscirono a fuggire, poi Quarra venne fermato mesi dopo in piazza Risorgimento e due giorni dopo Daniela Bertani lo riconobbe come l’aggressore di Paolo.  Troppo facile per finire così. A Daniela fu tesa una trappola e, ritenuta un teste “poco attendibile”, Quarra venne prosciolto. Era il 21 aprile 1986, data in cui si chiusero le indagini. A nulla sono valsi i dossier di controinformazione, le indagini  condotte dagli amici, le testimonianze del quartiere, i dubbi emersi durante la ormai nota trasmissione Telefono giallo espressi dal giudice istruttore che si occupò del decreto di scarcerazione di Quarra. Paolo non ha ancora ricevuto giustizia. Resta un esempio insostituibile per la destra, un figlio d’Italia, ucciso per la sua vocazione sociale e rivoluzionaria. A 36 anni dalla sua morte, come ogni anno, i suoi fratelli, giovani e anziani,  lo ricordano con la cerimonia del presente davanti allo striscione “Paolo vive”. La mano sul cuore e un giuramento che si rinnova.

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