Avellino, bus precipitato: i periti dei magistrati accusano Autostrade (video)

mercoledì 5 settembre 14:49 - di Paolo Lami

A cinque anni dalla strage del 28 luglio 2013 in cui morirono 40 passeggeri del pulmann che, dopo aver perso pezzi dell’impianto frenante, si schiantò, prima, contro il guardrail dell’A16 e, poi, dopo una corsa folle di 880 metri, precipitò per 23 metri dal viadotto Aqualonga, nei pressi di Monteforte Irpino, in provincia di Avellino, i periti dei magistrati, quello del giudice del Tribunale di Avellino e quello della Procura, si trovano sostanzialmente d’accordo nel puntare il dito contro la società concessionaria Autostrade i cui vertici sono imputati nel processo in corso.

In particolare, secondo il professor Felice Giuliani, docente di Ingegneria delle Infrastrutture Viarie e dei Trasporti presso la Facoltà di Ingegneria a Parma e perito del giudice del tribunale di Avellino, Luigi Buono, la responsabilità della tragedia sarebbe da ascriversi ad Autostrade poiché le barriere del viadotto Aqualonga non erano «tenute in perfetto stato di conservazione» e, quindi, cedettero sotto la spinta del pulmann lanciato ad una velocità di 89 chilometri l’ora – nel momento dell’impatto con il guardrail – a causa dell’abbrivio che l’autobus aveva preso, in discesa, dopo la rottura dell’impianto frenante.

Il perito del giudice avellinese ha rivisto la velocità stimata del pulmann abbassandola da 92 chilometri orari a 89 e sostenendo che la causa della tragedia sarebbero stati i cosiddetti “tirafondi“, cioè i pali di acciaio sagomato che sostenevano il guardrail e che sarebbero stati usurati e corrosi dal sale che, normalmente, si utilizza nel periodo invernale in autostrada in presenza di neve e ghiaccio. Quell’usura avrebbe determinato la fragilità dei perni facendo cedere la barriera nel momento in cui il pulmann, carico di passeggeri, quasi tutti di Pozzuoli e 40 dei quali morirono nel disastro assieme all’autista, Ciro Lametta, fratello del proprietario del mezzo senza revisione, Gennaro Lametta, vi si andò a schiantare, di striscio, a tutta velocità deformandolo e rendendolo, di fatto, incapace di contenere il bus sul viadotto.

Se le barriere, secondo il tecnico, non fossero state corrose dal sale e «fossero state tenute in perfetto stato di conservazione» da Autostrade, «il tragico evento sarebbe stato derubricato al rango di grave incidente stradale». Insomma l’accusa alla concessionaria è di scarsa manutenzione del guardail.
«L’autobus, pur nella sua terribile deriva – scrive l’ingegner Giuliani nella sua perizia consegnata al magistrato – sarebbe stato concretamente trattenuto in carreggiata, fino al suo arresto definitivo, dalla barriera new jersey solo nel caso in cui essa fosse stata correttamente manutenuta, come avrebbe dovuto e invece non fu».

Una conclusione molto simile a quella a cui era arrivato già anche il perito della Procura di Avellino, il professor Alessandro Lima e alla quale Autostrade che sostiene, tra l’altro, di essere stata sprovvista di sufficiente esperienza in relazione alle reazioni dei tirafondi all’azione di una determinata tipologia di agenti esterni, replica: «la perizia tecnica appena depositata sarà oggetto di un approfondito contraddittorio nel corso del dibattimento da parte dei periti di Autostrade per l’Italia, tra i quali figurano anche gli esperti del Politecnico di Milano».

Alla sbarra vi sono 15 persone fra cui l’amministratore di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, l’attuale condirettore operation, che, all’epoca, era Direttore di Tronco, Paolo Berti e Riccardo Mollo, ex-Direttore generale, insieme al proprietario del bus Gennaro Lametta.

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