Aung San Suu Kyi, da Nobel per la pace a “carceriera” di giornalisti

giovedì 13 settembre 13:10 - di Viola Longo

Da icona dei diritti umani a difensore dell’arresto di giornalisti. È la parabola di Aung San Suu Kyi, oggi leader di fatto del Myanmar, insignita del premio Nobel per la Pace ai tempi in cui era il volto della difesa dei diritti e della democrazia contro il regime militare del Paese. «Non sono stati arrestati perché sono giornalisti, ma perché è stata pronunciata una sentenza dopo che avevano violato la legge sui segreti di Stato (una legge che risale all’epoca coloniale, ndr)», ha affermato la Lady, a margine di un forum economico ad Hanoi, parlando di Wa Lone, 32 anni, e Kyaw Soe Oo, 28 anni, i due giornalisti della Reuters condannati nei giorni scorsi a sette anni di carcere con l’accusa di aver raccolto segreti di Stato.

I due cronisti sono stati arrestati a dicembre mentre erano impegnati a raccogliere informazioni per una inchiesta sul massacro dei Rohingya nel Rakhine, vicenda tra l’altro al centro delle indagini dell’Onu: la scorsa settimana gli investigatori delle Nazioni Unite hanno reso pubblico un rapporto nel quale i militari di Myanmar sono accusati di genocidio nello Stato di Rakhine, dal quale 700mila appartenenti alla minoranza Rohingya sono stati costretti a fuggire a causa della repressione iniziata lo scorso anno. Wa Lone e Kyaw Soe Oo hanno sempre sostenuto di essere stati incastrati dalla polizia, che avrebbe consegnato loro dei documenti riservati poco prima di arrestarli. Una tesi che non è stata accolta dai giudici.

La condanna si è tramutata anche in un caso diplomatico con gli ambasciatori di Usa, Regno Unito e Australia, presenti in tribunale, che hanno duramente criticato la sentenza. L’ambasciatore britannico Dan Chugg ha parlato di una «martellata» allo stato di diritto. «È triste per tutta la gente di Myanmar che ha lottato così duramente per promuovere le libertà fondamentali», ha commentato l’ambasciatore Usa Scot Marciel, mentre il rappresentante Onu e coordinatore umanitario a Myanmar, Knut Ostby, ha chiesto l’immediato rilascio dei due giornalisti e affermato che ai due uomini deve essere «consentito di tornare dalle loro famiglie e continuare il loro lavoro». Critiche anche dal direttore della Reuters, Stephen Adler che, annunciando un ricorso ai tribunali internazionali, ha parlato di una sentenza che non ha nulla a che fare con «lo stato di diritto e la libertà di espressione e deve essere corretta con urgenza dal governo».

Critiche e appelli che non sono giunti all’orecchio di Aung San Suu Kyi, la quale, avallando arresto e condanna, si è limitata ad ammettere che la crisi dei Rohingya avrebbe potuto essere «gestita meglio».

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