Lo Stato italiano pagherà 2,2 milioni di euro alla famiglia del piccolo Di Matteo

domenica 22 luglio 19:06 - di Paolo Lami

Sarà lo Stato italiano, attraverso il Fondo speciale dello Stato per le vittime di mafia, a pagare 2,2 miloni di euro – 400.000 dei quali sono stati già versati – alla famiglia del piccolo Giuseppe Di Matteo, il bimbo dodicenne sequestrato e, poi, sciolto nell’acido dalla mafia.

Lo ha stabilito il giudice della Terza sezione del Tribunale Civile di Palermo, Paolo Criscuoli, spiegando la ratio del risarcimento di due milioni e duecentomila euro per la famiglia di Giuseppe Di Matteo, tenuto sotto sequestro per oltre due anni e infine sciolto nell’acido dai boss di Cosa nostra nel 1996: «Ciò che è stata lesa è la dignità della persona, il diritto del minore ad un ambiente sano, ad una famiglia, ad uno sviluppo armonioso, in linea con le inclinazioni personali, ad un’istruzione. Beni ed interessi di primario rilievo costituzionale che, pertanto, trovano diretta tutela, anche risarcitoria», scrive il magistrato che si occupa, dal punto di vista civilistico, della vicenda del piccolo Di Matteo.

Il risarcimento che, sottratti i 400mila euro già concessi in sede penale a titolo di provvisionale ai parenti della vittima, sarà di circa un milione ed ottocentomila euro, è stato riconosciuto alla madre del ragazzino, Francesca Castellese, e al fratello Nicola Di Matteo.

A pagare, se la sentenza diventerà definitiva, dovrebbero essere cinque mafiosi e un collaboratore di giustizia, già condannati in via definitiva per il rapimento e l’omicidio del dodicenne: il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, Benedetto Capizzi, Cristoforo Cannella, Francesco Giuliano e Luigi Giacalone, nonché il pentito Gaspare Spatuzza. Ma poiché i loro patrimoni sono stati sequestrati, sarà in realtà lo Stato italiano, attraverso lo speciale fondo dello Stato per le vittime di mafia a versare la somma ai parenti del bimbo sequestrato e poi sciolto nell’acido dalla mafia.

Il piccolo Giuseppe Di Matteo venne rapito il 23 novembre 1993 – quando non aveva ancora compiuto 13 anni – per intimidire il padre del bambino, il mafioso Santino Di Matteo, che aveva deciso di collaborare con la giustizia.

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