Come la poverissima Cuba si impadronì del ricchissimo Venezuela

mercoledì 11 aprile 14:52 - di Redazione

Cominciò così: un giorno i venezuelani si accorsero che tutti gli impiegati incaricati del rilascio delle carte di identità erano cubani. Ma nessuno osò fare commenti. La gente che chiedeva i documenti era circondata da soldati armati fino ai denti. Non si sa esattamente quanti siano i funzionari cubani che poco a poco hanno preso il controllo di molte istituzioni statali, in particolare tutto ció che riguarda i documenti di identità, fondamentali per votare. Com’è possibile che la poverissima Cuba si stia impossessando delle redini del Paese più ricco dell’America Latina? I cubani erano sempre stati visti come vicini simpatici: la musica e la cucina sono simili, il mare e il clima sono uguali. Il castrismo, fino a quel momento, era considerato un curioso rimasuglio della guerra fredda, ormai scaduto e inoffensivo. Fidel e Raúl Castro hanno conquistato il Venezuela senza sparare un colpo, invitati e accolti a braccia aperte, con un’ingenuità disarmante, sia da parte di Chávez che di Maduro. E hanno colonizzato il Paese, realizzando un progetto che Fidel aveva in mente fin dall’inizio del suo governo per avere accesso alla ricchezza energetica del Venezuela. Infatti, nel lontano 1967, il governo cubano organizzó lo sbarco di un centinaio di guerriglieri cubani a Machurucuto, una meravigliosa spiaggia di sabbia bianca vicinissima al Paradiso e a circa 175 chilometri a est di Caracas.
Il piano prevedeva di accendere focolari di guerriglia nelle montagne che circondano la capitale, e di far cadere il governo democratico. Il piano fallí, i guerriglieri furono arrestati o uccisi dall’esercito nazionale, ma Fidel, testardo, giuró di aspettare un’altra occasione. Eccola. Oggi i cubani infiltrati in pianta stabile e in posti nevralgici, nelle alte sfere dell’esercito, nella politica estera, nelle decisioni economiche, sono tra 30.000 e 50.000. Il G2, il servizio segreto cubano, uno dei più efficienti al mondo, sta qui come a casa sua. L’obiettivo è una colonizzazione economica e non solo politica. Il Venezuela è l’ossigeno che fa respirare la fragile economia cubana, e quindi il regime castrista. E Maduro è la sua marionetta: il suo cervello è stato lavato, anzi, educato a Cuba prima che diventasse un leader sindacale e poi, guarda caso, guardia del corpo, uomo di fiducia e delfino di Chávez, e infine marito dell’avvocatessa che difese Chávez durante i suoi anni di carcere.

Non era facile far fallire il Venezuela

Ma bisogna essere particolarmente bravi per far fallire l’economia di un Paese che ha le riserve petrolifere più grandi al mondo (più dell’Arabia Saudita), oltre a una lista interminabile di ricchezze minerarie, e un potenziale agricolo invidiabile. Il tallone di Achille è, ed è sempre stato, proprio il petrolio (“l’escremento del diavolo” come disse il venezuelano che creó l’Opec) fonte del 95% del reddito nazionale, ma che rappresenta un rischio perché troppo volatile: basta che il prezzo internazionale scenda, ed ecco la crisi, com’è successo in particolare negli anni 80 e 90. Durante gli anni di Chávez, dal 2004 al 2013, il prezzo è salito fino a circa 120$ il barile, creando una manna di redditi 3 volte più grande che tutto il reddito petrolifero da quando è stato aperto il primo pozzo nel 1925. La pioggia di dollari é stata spesa senza misura, come se il valore del barile esportato fosse di 200$, cioè ben oltre il reddito già straordinario di 120$. La folle smania di spendere si è tradotta in enormi prestiti dall’estero (solo i prestiti cinesi, ad esempio, ammontano a 56.000 milioni di dollari, cioè il triplo del valore delle esportazioni dell’anno 2007), programmi sociali insostenibili e progetti faraonici destinati soprattutto a riempire i conti all’estero dei gerarchi del regime. Durante l’estate 2014, il prezzo internazionale del petrolio è precipitato, e oggi è intorno ai 50$. Se aggiungiamo l’inflazione del 6000% all’anno, la caduta del Pil del 35% rispetto al 2013, la diminuzione della produzione petrolifera, la paralisi di tutte le imprese pubbliche e delle poche private ancora vive, è facile capire il collasso di tutti i servizi sociali e la mancanza di dollari per importare anche le cose piú necessarie come medicine. La gallina dalle uova d’oro del Venezuela non era solo il sottosuolo, ma anche l’impresa statale incaricata della produzione e dell’esportazione del petrolio: Petróleos de Venezuela S.A. (Pdvsa), impresa nazionalizzata nel 1976 da un governo democratico, era una delle tre imprese petrolifere più importanti al mondo prima del chavismo. Un gioiello di alta tecnologia e di alto valore strategico data la vicinanza del suo primo mercato, gli Stati Uniti. Ma nel 2003, dopo due mesi di sciopero generale, compreso lo sciopero dell’impresa statale in protesta contro Chávez, il governo licenzió più di 20.000 ingegneri, tecnici specializzati e manager di Pdvsa su un totale di 35.000 impiegati. Negli anni successivi, questa mano d’opera preziosa è stata gradualmente reclutata da imprese petrolifere ed energetiche del mondo intero, dalla Norvegia all’Australia, dal Qatar al Canada. È stata la prima ondata di emigrati venezuelani, professionisti qualificati e rari, una diaspora di lusso. La produzione di petrolio, che superava i 3.7 milioni di barili al giorno nel 1998, è scesa a circa 1.5 milioni. Incendi di raffinerie e incidenti vari per la mancanza di manutenzione e investimenti, oltre a una gestione irresponsabile destinata a usare Pdvsa come strumento politico, hanno ucciso la gallina. Quasi la metà dell’esportazione di petrolio rifornisce Cuba (gratis, a cambio di “esperti” cubani, come ad esempio medici – o meglio, spie con studi di medicina – per i centri di salute creati da Chávez nei quartieri poveri, oggi abbandonati). Un’altra parte va a imprese cinesi o russe per pagare i colossali debiti accumulati da Chàvez e poi da Maduro. Rimane una parte, sempre piu’ ridotta, venduta agli Stati Uniti, ogni giorno più autosufficienti e meno dipendenti dalle importazioni venezuelani.

Con Chavez è aumentatata anche la corruzione

Gli scandali di corruzione degli anni prima del chavismo sembrano giochetti per l’asilo infantile. In Andorra, dove il segreto bancario non c’è più dall’anno scorso, un giudice sta indagando sulle origini di numerosi conti con numerosi zeri, intestati a imprese o individui vicini a Chávez e a Maduro. Si parla di cifre da capogiro, ad esempio un prestito di 16.200 milioni di euro di un’impresa cinese per finanziare progetti vari a cambio di petrolio, con tangenti del 10% per ogni contratto. L’imprenditore Diego Salazar, cugino dell’ ex-ministro del petrolio Rafael Ramírez (lo “zar” del petrolio, ora caduto in disgrazia) avrebbe incassato, da solo, sempre in Andorra, tangenti per 40 milioni di euro grazie a contratti con un’impresa cinese. Durante vari anni, la sua rete di imprese, secondo i documenti dell’inchiesta citata da El País, ha usato la banca andorrana per pagare colossali tangenti legate a appalti di Pdvsa. Ma i più furbi sono stati i militari. Il Decreto presidenziale N. 2.231 del 10 febbraio 2016 autorizza i militari ad effettuare qualsiasi tipo di attività in materia di petrolio, gas e risorse minerali. La Compañía Anónima Militar de Industrias Mineras, Petrolíferas y de Gas – Caminpeg è un ente di natura giuridica ed economica poco chiara, eccetto il fatto che dipende dal Ministero della Difesa. E così quando i militari non si arricchiscono con il narcotraffico, si arricchiscono facilmente con concessioni date a imprese russe o cinesi, per giunta con la copertura legale del Decreto.

Odiano gli Usa ma amano il capitalismo cinese

In America Latina i libri sulla penetrazione del capitalismo degli Stati Uniti iniziata nel XIX secolo occupano biblioteche intere. Quelli sul capitalismo cinese, invece, sono ancora troppo pochi per capire fino a che punto, in vari Paesi della regione ma soprattutto nell’El Dorado venezuelano, sta sostituendo il precedente. Ma quello che è sicuro è che le ricchezze del Venezuela sono un obiettivo primario per il governo e le imprese cinesi. E anche in questo caso, come per i cubani, gli interessi cinesi sono stati accolti senza riserve, prima da Chávez, poi da Maduro. Tutto ció che è diverso dagli Stati Uniti (“l’impero”) è benvenuto, anche se in fondo è simile. Chávez ha spalancato la porta alle operazioni finanziare meno trasparenti e più losche della storia del Paese. Oltre ai cinesi, altri invasori stranieri sono entrati seguendo la scia dei cubani, ognuno con la sua specialità e molti con chiare intenzioni criminali: i russi hanno preso di mira l’impresa di distribuzione del petrolio di Pdvsa negli Stati Uniti e le miniere della zona dell’Orinoco, lontano da occhi indiscreti e dove la protezione ambientale è un concetto sconosciuto. Gli iraniani hanno approfittato dell’amicizia di Chávez con l’ex-presidente Ahmadinejad per allargare la loro presenza nella regione insieme a quella della milizia libanese di Hezbollah, e rinforzare i legami con i narcos messicani e colombiani. Il vice presidente di Maduro, Tarek El Asseimi, fedelissimo di Chávez, è figlio di un esponente del partito baath siriano e di una libanese, è ricercato da Interpol e dalla Drug Enforcement Administration degli Stati Uniti, e si sospetta che aiuti guerriglieri islamisti non soltanto con risorse finanziare ma anche con il rilascio di passaporti venezuelani, per farli viaggiare tranquilli. La guerriglia colombiana (Farc) è stata appoggiata da Chávez non solo con conti in banca e con armi, ma anche sul terreno, offrendo rifugi sicuri vicino alla frontiera, in territorio venezuelano. Ora che è stata firmata la pace tra Farc e il governo colombiano, dopo 50 anni di guerra civile, si teme che vari gruppi di guerriglieri opposti al trattato si siano trasferiti in Venezuela, con l’appoggio del governo di Maduro, pronti a tornare in Colombia al momento opportuno.

Chavez ha fatto collassare il sistema produttivo

Ma il collasso del sistema produttivo è iniziato nel 2004, quando Chávez si è tolto la maschera e ha lanciato politiche degne di tutte le etichette dell’estrema sinistra – marxista, leninista, sovietica o cubana, fa lo stesso. Ha espropriato, insultato, minacciato imprese di tutti i settori, dai supermercati privati all’industria di acciaio e alluminio, che erano già statali. L'”oligarchia” nazionale e straniera ha chiuso i battenti, e le imprese nazionalizzate non hanno potuto sostituire la produzione, specialmente ora che non ci sono investimenti né dollari per importare macchine, pezzi di ricambio, materie prime. La caduta delle importazioni è dell’80% dal 2014 ad oggi. Scarseggia tutto, dalla carta igienica alla carta per stampare passaporti, dagli antibiotici all’acqua, dal pane alle batterie per auto. Secondo il governo, la colpa è sempre della “guerra economica” scatenata dall’”Impero” contro la rivoluzione. Lo stipendio minimo è di circa 30 dollari al mese: è sceso del 75% in termini reali, senza inflazione, negli ultimi 5 anni. Con questo stipendio, nel 2012, si potevano comprare 52.854 calorie, ora soltanto 7.000. Tradotto in una sola parola: fame. La situazione negli ospedali pubblici, che erano un modello in America Latina, è gravissima: è riapparsa la malaria (eradicata nel 1961, prima che negli Stati Uniti), i casi di tubercolosi e morbillo sono esplosi, per i neonati prematuri non c’è niente da fare, e oltre alle medicine mancano medici, chirurghi, infermieri. Le università pubbliche, che erano gratuite e di buonissimo livello, si svuotano non solo per mancanza di professori e di studenti, ma per mancanza di un futuro dignitoso. Nelle scuole elementari i bambini svengono in classe perché non hanno fatto colazione. Il tasso di povertà è aumentato dal 48 all’82% tra il 2014 e il 2016. Si calcola che per riattivare l’economia, recuperare un Pil positivo, ridurre il deficit a livelli ragionevoli, e iniettare un minimo di fiducia ci vorranno almeno 30.000 milioni di dollari – il triplo dell’assistenza finanziaria alla Russia post-sovietica. Da un secolo a questa parte, in nessun Paese al mondo si è vista una distruzione economica di questa dimensione.

I rimedi di Maduro peggiori dei mali di Chavez

Nel frattempo, il governo di Maduro fa esperimenti che mischiano la politica monetaria con l’esoterismo. Per liberarsi dalla continua svalutazione della moneta nazionale, il bolívar, ha lanciato una criptomoneta, un bitcoin battezzato Petro, ma senza chiarire su cosa si basa il valore di questa moneta virtuale: sui prezzi volatili del petrolio? O sulle riserve in oro della banca centrale che non si sa bene dove sono andate a finire? Un altro metodo molto scaltro per combattere l’inflazione è di togliere zeri: Maduro ha presentato il nuovo biglietto da 100 bolívares “sovrani”, equivalente a 100.000 bolívares attuali. Ce ne vogliono 200.000 (1 dollaro) per pagare un caffé. Ma la distruzione economica si misura in cifre. Quella politica si misura, ad esempio, in prigionieri politici (237 in febbraio di quest’anno) e altre violazioni dei diritti umani; gruppi paramilitari chiamati “colectivos”, armati e protetti dal governo; morti durante manifestazioni di protesta contro il regime (163 giovani uccisi dalle forze dell’ordine tra aprile e luglio 2017, 121 secondo il governo, ma ad ogni modo piú di uno al giorno, e molti per colpa dei “colectivos”); elezioni truccate con intensità variabile dal 2004 in poi, usando macchinette elettroniche “Smartmatic” (impresa che ha denunciato la frode elettorale dell’agosto scorso) che creano, ad esempio, un’Assemblea nazionale Costituente parallela all’Assemblea eletta in dicembre 2015 dove l’opposizione ha la maggioranza; nomine di giudici e sentenze di tribunali, compresa la Corte Suprema, dettate dall’esecutivo; tasso di omicidi che rimangono impuniti: 80% (89 omicidi per 100.000 abitanti); un’amministrazione pubblica completamente politicizzata (i tecnocrati sono una specie estinta) e in molti ministeri o imprese statali, controllata da militari; un Consiglio nazionale elettorale (potere in teoria indipendente e garante di elezioni pulite) visibilmente al servizio del governo; programmi e manuali scolastici obbligatori che rivedono la storia in modo politicamente corretto, e insegnano che il 4 febbraio, giorno del colpo di stato fallito di Chávez contro un governo democraticamente eletto, si celebra il “giorno della dignità”; un flusso di emigranti mai visto in un Paese che non è in guerra (35.000 al giorno, fino al mese scorso, registrati legalmente alla frontiera terrestre con Colombia, ora chiusa, ossia piú del flusso di siriani al culmine della guerra nel 2017; si calcola che la diaspora totalizza tra 2 e 3 milioni di persone in 94 Paesi, ossia il 10% della popolazione, di cui 1.6 milioni sono emigranti legali, secondo l’Oim, e circa 145.000 richiedenti asilo politico); minacce e ritorsioni contro chi esprime opinioni “sbagliate” o vota contro il regime (il voto è segreto, ma è facile far credere che i marchingegni elettronici possano sapere per chi hai votato, e forse lo sanno davvero); botte a parlamentari dell’opposizione, anche dentro al palazzo legislativo; distribuzione o vendita di alimenti, accesso a servizi di salute o educazione, e agevolamenti vari riservati a chi ha il “Carnet de la Patria”, la nuova carta d’identità legata all’appartenenza al partito del regime; fake news a ruota.

La nuova Costituzione voluta e calpestata dai chavisti

In teoria, i partiti stanno ancora là. La nuova Costituzione voluta da Chávez nel 1999, poi da lui stesso calpestata e ora dimenticata da Maduro, è democratica. L’opposizione c’è. Ma non è un fattore di cambio. Non solo perché non riesce a vincere nessuna elezione (eccetto quella legislativa del 2015), ma perché non riesce a presentarsi alla popolazione, specialmente quella chavista / madurista, come un’alternativa realista e convincente. Non ha un programma, né un messaggio, uno slogan che indichi come pensa di ricostruire il Paese. E non ce l’ha perché non è un’opposizione ma varie opposizioni, cioè una federazione indisciplinata di una dozzina di partiti, movimenti, gruppi, di cui alcuni appartenenti alla vecchia classe politica della democrazia nata nel 1958 e altri apparsi negli ultimi anni. Su Facebook i “guerrieri della tastiera”, cioè gli emigrati o rifugiati venezuelani sparsi nel mondo intero, nostalgici e depressi, si sfogano caricando post di insulti contro il regime e video di com’era bello questo Paese prima della tragedia chavista. C’era una democrazia vecchia di 40 anni, certamente non perfetta ma di gran lunga la migliore in una regione ammalata di dittature feroci. C’era un’economia prospera, finanziata essenzialmente dall’oro nero, capace di dare servizi gratuiti di salute e educazione di qualità a tutta la popolazione – fino agli anni 80, quando la caduta del prezzo del petrolio, politiche sbagliate e crescita demografica hanno fatto deragliare lo sviluppo e hanno accentuato disuguaglianze sociali distrattamente sottovalutate dai politici di turno. Chávez e il chavismo/madurismo sono figli di questo processo, certamente, ma fino a un certo punto, perché sarebbe ingiusto e miope ignorare il ruolo di fattori esterni, come l’infiltrazione cubana o il narcotraffico. Di fronte alla complessità della situazione, chi fa pronostici è un incosciente. Il chavismo/madurismo puó finire domani con un colpo di stato di militari scontenti della spartizione delle ricchezze dell’Orinoco, oppure con una rivolta incontrollabile dei quartieri popolari, stanchi di saccheggiare supermercati vuoti, cosí come puó durare 50 anni come il regime cubano, vivo e vegeto dal 1959. Il prossimo 20 maggio ci saranno elezioni presidenziali, con due candidati: Maduro e Henri Falcón, ex-chavista, che si presenta come “oppositore” ma senza l’appoggio dell’opposizione. Cuba farà del suo meglio per assicurarsi che la sua colonia continui ad essere sotto controllo. L’8 agosto 1999 Mario Vargas Llosa, lo scrittore peruviano premio Nobel di letteratura, pubblicó un editoriale intitolato “Il suicidio di una nazione”. Si puó suicidare una nazione? Sembra di sí. Molti lo accusarono si essere esageratamente pessimista, anzi, reazionario di fronte a un nuovo governo “anti-sistema”.

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