35 anni fa l’omicidio di Paolo Di Nella: nel suo nome prosegue la battaglia di libertà

9 Feb 2018 20:30 - di Antonio Pannullo

Il fotogramma che illustra questo articolo è tratto da una lunga trasmissione, Telefono giallo, che Corrado Augias dedicò all’omicidio di Paolo Di Nella qualche anno dopo i fatti. Fa ancora male, 35 anni dopo, vedere quelle immagini, pur consapevoli che si stratta di una ricostruzione. Così come non è sempre vero che il tempo è un gran medico. Non in questo caso almeno, e non per tutti. Per gli allora camerati di Paolo Di Nella, un vero gruppo umano che si era creato nei primi anni Ottanta nelle sezioni del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna e di viale Somalia, dove c’era la sezione del Msi del Trieste Salario, i ricordi suscitati da quelle immagini, sì, fanno ancora male. Non sembra trascorso un giorno, altro che 35 anni. Quei ragazzi, tutti sui vent’anni, facevano tutto insieme, dalla mattina alla sera. Era la famosa “vita di sezione”: si andava la mattina magari per fare volantinaggio davanti alle scuole, sia in entrata sia in uscita, si tornava a casa per un pranzo frettoloso tra i sacrosanti rimbrotti dei genitori, e alle due si era di nuovo in sezione, per programmare l’attività delle ore e dei giorni successivi, o per fare affissione, o per andare a qualche incontro politico, o semplicemente per stare insieme. Spesso la sera, se le finanze lo permettevano i ragazzi andavano insieme a mangiare una pizza nei tanti locali a buon mercato vicino la stazione Termini. Poi, affissione. Si tornava a casa a tarda notte, stanchi ma felici, come si suol dire. Era la vera vita comunitaria, che nessuno era obbligato a fare ma lo si faceva per scelta, dove non c’erano differenze sociali o di classe, dove ognuno veniva accettato per quello che era. Il minimo comun denominatore di tutti era la fede politica, e tanto bastava. E Paolo, in questo senso, era uno di loro a tutti gli effetti. Si è detto che era chiuso, introverso, testardo, ma non è del tutto vero: lui parlava poco, ma sapeva ridere, sapeva scherzare, soprattutto di sé stesso, cosa che difficilmente capita a un ventenne. Le sue battute taglienti e azzeccate spesso ci tacitavano, ma si divertiva a essere preso in giro per certi suoi aspetti bizzarri del carattere, dei quali poi si rendeva perfettamente conto. E ci rideva su. Con i suoi fratelli era felice, stava bene. Ventenne. Che poi non lo era neanche, perché Paolo morì il 9 febbraio 1983: il giorno dopo li avrebbe compiuti, i suoi vent’anni, perché era nato il 10 febbraio 1963. Io ero più grande di lui, ma frequentando via Sommacampagna, lo conoscevo bene, e con lui tutti i suoi amici. Era l’opposto dello stereotipo che ancora oggi gli antifascisti tratteggiano di un neofascista: alto, magro, capelli lunghi, volutamente trasandato, vestito in maniera sempre “sportiva”, ed è un eufemismo: vestivamo tutti con jeans e giacche militari, senza gusto ma con un nostro stile. Quello di cui ci importava era la forma, e non la sostanza, e Paolo in questo era davvero un maestro. Non concedeva nulla agli orpelli sovrastrutturali di qualsiasi tipo, per lui contava il lavoro politico. In questo senso, come spesso è stato detto, era davvero un soldato politico, molto più di molti di noi.

Un clima politico avvelenato dall’odio

Ma, anche se era in 1983, e gli anni di piombo e dell’odio sembravano ormai alle spalle, il clima politico a Roma era sempre quello che era: uccidere un fascista non era ancora un reato, e sembra non lo sia nemmeno oggi, con la differenza che tra gli estremisti di sinistra i violenti erano ancora tantissimi, e fare male a un fascista, incendiare i suoi luoghi di ritrovo, distruggere le sue auto o la sua casa, ucciderlo persino, era considerato un dovere e un’azione meritoria. E non avrebbe potuto essere diversamente, perché l’Autonomia operaia, Lotta Continua, Avanguardia Operaia e tutti gli altri erano corroborati fortemente dalle stesse istituzioni, che sistematicamente sputavano veleno contro la destra, sostenendo che addirittura non aveva il diritto non solo di fare politica ma nemmeno di esistere. Mentalità che, per la verità, sopravvive in parte ancora oggi. Tanto è vero che quando moriva ammazzato un ragazzo di destra o quando venivano incendiate le sezioni, i masse media se ne occupavano con fastidio, sommessamente, quasi che se lo fossero meritato. Ed è questo, ancora oggi, quello che divide gli italiani: da una parte quelli che hanno sempre ragione, dall’altra i cattivi che hanno sempre torto. E Paolo Di Nella aveva chiaramente torto. Finché non si supererà questa aberrazione, una vera pacificazione nazionale non potrà esserci. Per i grandi media, per l’intellighentzia culturale, per una certa classe politica, CasaPound, ma neanche la Lega o Fratelli d’Italia, hanno diritti politici. Non parliamo poi di Berlusconi. Ma gli italiani, per fortuna, non la pensano così: molti più maturi della classe politica che li governa e dei mass media che li condizionano, e di una minima parte della magistratura che oer anni ci ha perseguitato, ritengono che ognuno abbia diritto di esprimere le proprie idee. E i ragazzi come Paolo Di Nella, come noi che siano stati fortunati da sopravvivere, hanno tenuto duro per affermare il proprio diritto a esistere e a fare politica. Ormai bisogna che si rassegnino: la destra c’è, e nessun Fiano e nessuna Boldrini potranno mai impedire la nostra battaglia di libertà.

La solidarietà degli antifascisti

Come andarono le cose, in quel lontano febbraio del 1983, ormai si sa. L’unica realtà è che gli assassini di Paolo, e di molti altri, sono ancora in libertà, perché la giustizia non è riuscita a individuarli e a perseguirli, e neanche ci si è messa troppo d’impegno. Nonostante il fatto che per l’omicidio di Paolo scesero in campo fior di antifascisti, che si erano resi conto che si era andati troppo oltre: da Sandro Pertini, allora presidente, che venne a trovare Paolo in coma all’ospedale e parlò con i ragazzi del Fronte della Gioventù; e dopo Pertini, fu un profluvio, piuttosto stupefacente, per noi missini, di solidarietà da tutte le parti: l’allora sindaco di Roma Ugo Vetere, del Pci, venne all’ospedale, il segretario del partito Enrico Berlinguer mandò un commosso telegramma, il giornalista Giuliano Ferrara scrisse un articolo in difesa di Di Nella e del suo diritto a pensarla come voleva. Perché Paolo conduceva la sua lotta politica civilmente e pacificamente, talmente fiducioso nel suo diritto da andare ad attaccare manifesti da solo con la sua ragazza, in un periodo in cui questo non era consigliabile.

Il ruolo dell’Autonomia operaia

L’Autonomia operaia era molto attiva nel quartiere Africano, quello dove Paolo e i suoi camerati lottavano affinché Villa Chigi fosse restituita alla gente. Negli anni e precedenti le sezioni missine della zona, via Migiurtinia, viale Somalia, la Monte Sacro, la Talenti, la Tufello, erano state oggetto di decine di attentati dinamitardi incendiari, assalti armati e i loro militanti erano stato aggredito e addirittura fatti a segno da colpi di arma da fuoco. Per questo, avrei voluto dire a Paolo, con queste belve in circolazione, ad attaccare i manifesti sarebbe stato meglio andarci in parecchi, come peraltro facevamo quasi sempre. Ma contro il destino non c’è nulla da fare. A piazza Gondar, in viale Libia (Dove oggi c’è la scritta che lo ricorda), Paolo fu aggredito da dietro da due ragazzi, uno dei quali lo colpì con un oggetto contundente mai identificato, che gli causò la commozione cerebrale che lo portò, dopo una settimana di agonia, alla morte, pur vegliato incessantemente – oltre che ovviamente dalla sua splendida famiglia – da tutti i suoi camerati. Il suo sacrificio è servito a far accorgere agli italiani di quanto accadeva, a far diventare Villa Chigi parco pubblico – oggi è intitolato a suo nome – e a far finire gli anni di piombo. C’era bisogno di questo?

Il comunicato del Fronte della Gioventù

Vogliamo concludere questo impotente ricordo, come gli altri, con il responsabile e storico comunicato del Fronte della Gioventù emesso qualche giorno dopo la morte di Paolo: “Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi: l’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato”. Al suo funerale, quando la bara avvolta nella bandiera con la croce celtica uscì dalla chiesa di piazza Verbano, a migliaia salutarono Paolo Di Nella col braccio teso. Il volantino di rivendicazione dell’assassinio viene ritrovato il 14 febbraio, in una cabina telefonica di piazza Gondar, a pochissimi metri da dove Paolo era stato aggredito. È firmato da Autonomia Operaia. L’ultimo atto della tragedia avviene nel dicembre del 2008, il papà di Paolo è morto e la famiglia ha deciso di farli riposare insieme. La bara di Paolo viene lentamente tirata fuori e appaiono ancora quei colori: il rosso, il bianco, il nero; per venticinque anni la bandiera con la celtica ha riposato insieme a Paolo. La bara di Paolo viene messa vicino a quella del padre, si stende di nuovo sopra la sua bandiera, e c’è una piccola scritta: “Caduto per la Rivoluzione”.

Commenti

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  • Marco 11 Febbraio 2018

    Abito in zona di Paolo. Poco prima del terribile omicidio pensai, tra me e me, di affiggere manifesti contro il degrado del quartiere e di quelli confinanti. Lo fece Paolo di Nella, pagando con la vita, lui che era nato nel giorno del ricordo. Un martire delle postfoibe, un grande italiano.