Referendum, Renzi alla prova della piazza. Urla, ma non convince

29 Ott 2016 17:59 - di Domenico Labra

Ci prova subito Matteo Renzi.  Cerca la frase ad effetto capace di scaldare la piazza. Una piazza del Popolo piuttosto moscia e floscia. Che s’è pure dovuta sorbire oltre al viaggio in treno almeno tre ore di musica “popolare”. Perciò Renzi piglia di petto i suoi militanti e spiega: “In questi mesi abbiamo avuto discussioni, qualche litigio di troppo, come sono belle le riunioni in streaming ma quanto è bello tornare ad abbracciarsi in piazza. Il nostro destino non è litigare nostro interno ma cambiare l’Italia. E farlo adesso!”. E così trova l’applauso. Perciò subito ci riprova, con una facile stoccatina ai 5Stelle e al sindaco di Roma: “Nessuno si permetta -sogghigna dal palco ove campeggia un rosso così sbiadito da sembrare irlandese –  di lasciare un frigo in piazza perchè noi i complotti non li accettiamo”. E, subito, aggiunge: “Va bene la parola d’ordine onestà, è la nostra ma il nostro destino è cambiare l’Italia, la politica deve essere concreta, competente. Non basta dire ‘onestà, onestà'”. Lo capisce bene che la partita è difficile, Renzi. Lo sa e lo vede dalla sua stessa piazza, speranzosa forse, ma non incline  all’entusiasmo. Del resto, non è tempo di entusiasmo né per l’Italia né per Roma. Sa che il percorso del Si al referendum è parecchio accidentato. Perciò Matteo Renzi prova a buttarla in caciara. Prova a fare la voce grossa con l’Europa, ben sapendo che non è un comizio che può spaventare la “padrona” Merkel o il suo nuovo avversario ungherese Orban. Attacca i burocrati di Bruxelles che sono ovviamente invisi anche alla piazza piddina, ma contro i quali nulla ha mai fatto di concreto. Giura guerra al fiscal compact, ma non dice come farà a spiegarlo all’Ue. E declama persino tutto il suo amore per Obama che l’ha invitato a cena e il suo appoggio alla Hillary Clinton perché “c’è il rischio che anche in America vinca il populismo di Trump“. Insomma, è un Matteo Renzi che non si nasconde le difficoltà. Chiede la mobilitazione, chiede le cene o i caffè di convincimento. Perchè sa che è dura. Cerac di apparire addirittura più guascone e più spaccone di sempre dal palco. Ma urla troppo per essere davvero convincente. Troppo gridati gli argomenti che sciorina a favore del Si al referendum che lui ha voluto. E troppo aggressivi gli attacchi all’eterogeneo fronte che gli si contrappone. Troppo poche infine le spiegazioni nel merito di una riforma che non convince e che non appassiona. Insomma, troppo. Troppo per essere vero. Anche per un megalomane di nome Matteo Renzi.

 

 

 

 

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