La strana storia della ”bad bank”

mercoledì 3 febbraio 17:56 - di Enea Franza

Il fallimento della Cassa di risparmio di Ferrara, della Banca delle Marche, della Banca dell’Etruria e del Lazio e della Cassa di Risparmio di Chieti, ha portato alla ribalta la questione della bad bank. L’argomento partito in sordina, ha acquistato via via maggiore importanza, soprattutto, per le difficoltà che il progetto ha incontrato in sede europea. Infatti, la preoccupazione della Commissione è sempre stata quella di evitare che l’operazione “salva banche” si trasformasse in una forma occulta di aiuto di Stato. In effetti, la questione aveva già formato oggetto di osservazione nel nostro articolo del 2 dicembre scorso: “Salva-banche, operazione rischiosa che non tiene conto del passato”, dove rilevammo, tra l’atro, il citato pericolo.
Ma cosa effettivamente è una bad bank e, soprattutto, si tratta uno strumento in concreto in grado di risolvere i problemi che nascono dal fallimento delle banche citate e di permettere alle nuove banche di agire senza patire il peso degli errori compiuti nel recente passato nell’erogazione del credito?
Per rispondere alla domanda facciamo un passo indietro, e cerchiamo di comprendere cosa effettivamente realizzi l’istituzione di una bad bank. Premettiamo, per chi non fosse avvezzo di questioni bancarie, che in questo soggetto andranno a confluire i crediti considerati inesigibili delle banche fallite, e che lo scopo della bad bank è proprio quello di realizzare gli incassi di tali crediti, (parte interessi e parte captale).
Prima questione: la bad bank acquista i crediti dalla banca fallita (o comunque cedente) non a titolo gratuito, ma pagandoli. Domandiamoci allora, perché tale soggetto dovrebbe pagare qualcosa per dei crediti che si considerano esigibili? La verità è che ad esser ceduti è una massa indistinta di crediti. Alcuni di questi sicuramente non sono esigibili, altri, lo sono solo parzialmente, altri ancora, invece, sono legati a semplici difficoltà temporanee del debitore e possono essere agevolmente rinegoziati. Su questo aspetto, l’esperienza maturata da apposite società di riscossione crediti permette di convenire che soggetti specializzati possono trovare profitto dove, invece, le banche non sono in grado di farlo. Pertanto, ceduti in blocco, tali crediti possono avere certamente un prezzo.
Ma qual è il prezzo di cessione/acquisizione giusto? È certo che la definizione di un prezzo corretto di cessione è indiscutibilmente prodromico al successo di tutta l’operazione; un prezzo troppo basso è in danno dei creditori della società fallita (o della nuova realtà che si vuole alleggerire di tale incombenza) mentre, un prezzo troppo alto pregiudica il successo della bad bank. La determinazione del prezzo corretto è, peraltro, affare complicatissimo ed intervengono elementi di natura contingente e di natura politica che rendono oltremodo ardua una pretesa valutazione oggettiva degli asset ceduti.
Posto che la cessione sia avvenuta al prezzo giusto, come potrà la bad bank ricavare un profitto?
Le modalità operative della bad bank possono essere diverse; un modello sperimentato in molti paesi occidentali è quello di emettere obbligazioni garantite, a loro volta, dai crediti incagliati acquistati dalla banca medesima. Normalmente si procede attraverso l’emissione di tre categorie di obbligazioni: le junior, obbligazioni molto rischiose, le mezzanine e le senior, obbligazioni, quest’ultime, caratterizzate da un più alto grado di sicurezza. Queste tre categorie di obbligazioni verranno collocate al pubblico (o meglio ad intermediari professionali), ed il relativo prezzo di collocamento dovrebbe incorporare il rischio di fallimento.
Senza voler spaventare nessuno, si ricorda, tuttavia, che i mutui subprime sono stati collocati in tal modo e, quindi, va da se il suggerimento di evitare che tali prodotti vengano collocati al retail. Ad evitare che qualche risparmiatore rimanga col cerino in mano dovrebbe essere la trasparenza nello scopo attribuito alla bad bank, che rimane (ricordiamolo) quello di incassare i crediti e, che utilizza l’emissione di obbligazioni per reperire i mezzi necessari per l’espletamento del compito.
Dicevamo, all’inizio del nostro breve articolo, che la Commissione europea ha sospettato che dietro l’operazione bad bank al servizio delle banche fallite, si celasse un aiuto dello Stato italiano.
In effetti, per rendere appetibili il collocamento di tali obbligazioni presso il pubblico è stato ventilato da più parti l’opportunità che tali obbligazioni o, almeno quelle senior, fossero assistite dalla garanzia dello Stato italiano.
La questione è stata sciolta, pochi giorni fa, con il pagamento da parte delle banche fallite (ovvero cedenti i crediti in sofferenza) di una commissione perché il credito ceduto sia assistito dalla garanzia statale. Va da se, che è un mistero il criterio adottato per la determinazione di tale commissione, atteso che il prezzo giusto potrebbe, anche in questo caso, essere deciso solo dal mercato.
Ma oramai il meccanismo sembra poter decollare. Speriamo che nessuno si rompa ulteriormente la testa!

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