Sanitopoli rossa: condannata la Lorenzetti, ex “cocca” di D’Alema

19 Nov 2014 18:16 - di Paolo Lami

L’ex-presidente della Regione UmbriaMaria Rita Lorenzetti è stata condannata  a otto mesi di reclusione dal Tribunale di Perugia con l’accusa di falso ideologico, in relazione a una delibera di Giunta del marzo 2010 che autorizzava alcune Asl ad assumere personale. Assolta invece «perché il fatto non sussiste» dal reato di abuso, contestato all’assunzione presso l’Asl di Foligno dell’allora suo capo di gabinetto Sandra Santoni.
Condannati a 8 mesi e 15 giorni l’ex-assessore alla Sanità Maurizio Rosi e l’ex-Direttore generale del settore Paolo Di Loreto. Anche loro assolti dall’abuso. Per tutti le pene sono state sospese. Al termine di una camera di Consiglio durata circa 7 ore sono stati invece assolti tutti gli altri imputati coinvolti a vario titolo nel procedimento: Sandra Santoni, Maria Gigliola Rosignoli, Franco Biti, Francesco Ciurnella, Giuliano Comparozzi, Luca Conti e Giancarlo Rellini.

Cresciuta all’ombra di D’Alema, candidata da Prodi alla Regione

La Lorenzetti, che come tutti gli altri imputati ha sempre sostenuto la correttezza del proprio comportamento, ha assistito in aula alla lettura della sentenza. «Non mi aspettavo la condanna e non sono contenta. Ci vedremo in Appello», ha annunciato l’ex-presidente dopo la lettura del dispositivo.
Cresciuta politicamente all’ombra di D’Alema, la Lorenzetti entra nel Partito Comunista e diventa prima presidente della Provincia di Perugia, quindi sindaco di Foligno e, infine, assurge, sempre con il Pci, al Parlamento dove resta per tre legislature.
E’ l’Ulivo di Romano Prodi a sceglierla come candidata per il centrosinistra della Regione Umbria dove resta per due mandati terminati i quali il centrosinistra la omaggia, a lei che ha una bella laurea in filosofia, della poltrona di presidente  di Italfer, la società di ingegneria del Gruppo Ferrovie dello Stato che si occupa di ingegneria dei trasporti ferroviari, elabora la progettazione, effettua le gare d’appalto, segue la direzione e la supervisione dei lavori e il project management per tutti i grandi investimenti infrastrutturali del Gruppo Ferrovie. Lorenzetti resta su quella poltrona manageriale fino al 2013 quando viene indagata dalla Procura di Firenze, nell’ambito dell’inchiesta sul passante del Tav in costruzione a Firenze, con una sfila di accuse gravissime che la portano perfino agli arresti domiciliari: associazione per delinquere, abuso di ufficio, corruzione e traffico di rifiuti.

Lo scivolone di Italfer, agli arresti con accuse gravissime

Secondo la Procura di Firenze, l’ex fedelissima di Massimo D’Alema nella sua qualità di presidente di Italferr, avrebbe messo a disposizione di alcune ditte interessate dall’appalto del sotto attraversamento fiorentino del Tav una vasta rete di contatti politici e personali, conseguendo inoltre incarichi professionali inerenti la ricostruzione del terremoto in Emilia Romagna a favore del marito.
La Lorenzetti avrebbe agito in concorso con alcuni dirigenti delle società vincitrici dell’appalto, tecnici di Italferr, componenti e funzionari della commissione di VIA , Valutazione Impatto Ambientale, del ministero dell’Ambiente, dell’Autorità di Vigilanza delle Opere pubbliche e a dirigenti dell’unità di missione del Ministero delle Infrastrutture allo smaltimento illecito di rifiuti prodotti nel corso dei lavori per la costruzione dell’infrastruttura. Il 16 settembre 2013 la Lorenzetti finisce agli arresti domiciliari nell’ambito dell’indagine della Procura di Firenze relativa ai lavori del Tav in Toscana.
Nell’ordinanza di custodia cautelare, contenente anche stralci di diverse intercettazioni telefoniche, viene ipotizzato il rischio di reiterazione del reato e il 30 settembre, dopo essersi dimessa dalla dirigenza Italferr, le vengono revocati anche gli arresti domiciliari.

La guerra contro un dirigente toscano: «È uno str…»

Plurintercettata dagli investigatori anche in altre vicende, la Lorenzetti è oramai un libro aperto. I Ros dei carabinieri che la tengono d’occhio a Firenze mentre lei è presidente di Italfer mettono nero su bianco la guerra condotta contro un architetto, un dirigente della Regione Toscana responsabile della Valutazione di Impatto Ambientale e colpevole, a suo dire, di considerare il terreno rimosso negli scavi della Tav in galleria come rifiuti. «E’ uno str…», chiosa la Lorenzetti. Poi, come se non bastasse, mentre i carabinieri la intercettano, si informa su chi fosse il referente del funzionario presso il ministero dell’Ambiente. Fatto sta che, a un certo punto, come per miracolo, arriva la sostituzione del dirigente: viene tolto dall’ufficio della Valutazione di Impatto Ambientale.
Ma già un anno prima, nel 2012, la Lorenzetti, intercettata, mostrava il meglio di sé, una vera politica di razza. Chiama una docente, un suo ex-assessore, per raccomandare uno studente all’Università di Perugia. Il linguaggio è esplicito e ben restituisce l’arroganza del potere: «Senti pisché, ti devo chiedere una cortesia. Tu una tale Romani di patologia generale la conosci?», esordisce la Lorenzetti. E poi quando l’interlocutrice afferra finalmente di cosa si parla e si mette a disposizione, la politica dem rincara: «Noi siamo concrete e pratiche senza tante seghe». Poi torna alla carica più voler per essere sicura che lo studente raccomandato passi gli esami anche con un bel voto, regalato, naturalmente. E avuta rassicurazione dalla sua amica docente fa anche la spiritosa: «Grazie pischella mia. Noi della vecchia guardia siamo sempre dalla parte del più debole». Cioè dello studente raccomandato che ha superato gli altri all’esame. Con un bel 30.

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