Stalker e rapinatori liberi. Tutta colpa del decreto sul risarcimento dei detenuti

5 Lug 2014 14:24 - di Desiree Ragazzi

Gli stalker non rischiano più neanche un giorno di carcere. E così anche i rapinatori. Con il nuovo decreto per il risarcimento dei detenuti sul sovraffollamento carcerario, operativo dal 28 giugno, infatti non «può applicarsi la misura della custodia cautelare in carcere se il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva da eseguire non sarà superiore a tre anni». Ma non è solo lo stalking il reato esentato, ci sono anche i maltrattamenti in famiglia, i furti in appartamento e le piccole rapine. E anche i reati come la corruzione. Reati, in sostanza, che creano preoccupazione sociale. L’allarme è stato lanciato dai tribunali di Genova, Torino e Milano dove in questi giorni ci sono state le prime applicazioni del provvedimento. Al palazzo di giustizia di Milano il giudice dell’udienza preliminare si è trovato a dover esaminare il caso di un imputato che aveva «commesso atti di violenza fisica e psicologica in modo continuativo e abituale» contro sua moglie e sua figlia. Lo ha condannato a due anni e otto mesi di reclusione. Fino a qualche giorno fa aveva tutti gli strumenti per mandarlo in carcere. Ora, con il nuovo decreto non può più farlo. «Io sono preoccupata», dice al Corriere della Sera la vicepresidente della casa delle donne maltrattate di Milano, l’avvocatessa penalista Francesca Garisto. «Quanto influirà – si chiede – questa modifica sui casi di stalking e di maltrattamento in famiglia che prevedono spesso pene attorno ai tre anni? Almeno prima il carcere era previsto per i più pericolosi. E paradossalmente credo che non gioverà nemmeno agli stalker, perché c’è il concreto rischio che proprio per tutelare la persona offesa i giudici possano essere indotti a decidere pene più alte di quelle che avrebbero deciso prima di questo decreto». A Torino la questione è stata oggetto, come riporta La Stampa, di una riunione a Palazzo di giustizia. «L’obiettivo del decreto –  spiega il presidente dei gip, Fancesco Gianfrotta – è alleggerire la pressione degli ingressi in carcere e ridurre il numero dei detenuti. Ma credo che il legislatore abbia confuso il piano delle esigenze cautelari con quello dell’applicazione della pena. Io non mi scandalizzo se si vogliono prevedere sanzioni diverse dal carcere, in caso di condanna. Ma se questo giudizio viene anticipato a una fase precedente alla fine del processo, si trascurano una serie di esigenze cautelari come il rischio di inquinamento delle prove, di reiterazione del reato e il pericolo di fuga».  Una situazione allarmante che ha spinto il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Rodolfo Sabelli, a parlare di «difesa sociale a rischio» e lo ribadirà fra pochi giorni in commissione giustizia alla Camera, dove si sta preparando la definitiva conversione in legge. Le modifiche necessarie si possono fare fino a quando il decreto non sarà convertito in legge. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando cerca di calmare gli animi e assicura in una intervista al Secolo XIX  che è «pronto un emendamento che restituirà subito al giudice la possibilità, anzi, l’obbligo, di valutare la pericolosità sociale del detenuto. Non è possibile lasciare una materia così complicata agli automatismi, è ovvio che solo il magistrato può comprendere la situazione e decidere per il meglio. Per questo il nuovo emendamento inserirà di nuovo un vaglio molto più attento e scrupoloso di ogni singola posizione. Il decreto era l’atto finale della riforma della carcerazione preventiva e non poteva essere cancellato o modificato completamente. Il governo – conclude – è già intervenuto in extremis e ha già inserito la possibilità che chi esce di cella possa andare agli arresti domiciliari».

 

 

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