Che guaio se il Principe sposa la Principessa. La “rieducazione” passa da una guida delle Pari Opportunità sulle famiglie diverse

15 Feb 2014 10:58 - di Antonella Ambrosioni

E i due Re vissero felici e contenti. Capito? Vietato leggere le fiabe ai bambini così come ce le consegna la tradizione bigotta, «perché veicolano un solo modello sessuale», dicono dal Dipartimento delle Pari Opportunità che ha promosso la pubblicazione di tre volumetti dal titolo Educare alla diversità a scuola». È bufera sull’iniziativa diretta alle scuole primarie, alle secondarie di primo grado e a quelle di secondo grado. In teoria tre guide intenzionate a sconfiggere bullismo e discriminazione sessuale. In realtà un condizionamento psicologico in grande stile che insinua nei bambini fin dalla tenera età preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra un padre e una madre: una demolizione di tutti i modelli prevalenti nella vita della maggior parte dei bambini e dei ragazzi, dunque, un rovesciamento che non potrà non generare confusioni e ambiguità fin da quando si è piccoli. Fin’ora avevamo lasciato le favole gay alle iniziative irresponsabili del comune di Venezia. Ma questa iniziativa che va in porto sotto l’egida di un dipartimento dello Stato è molto più grave. Con la scusa del rispetto per le diversità si fa strada un relativismo spinto che non si sa dove porterà. Sconcerta la “filosofia” del volumi espressa nell’introduzione: «A un bambino è chiaro da subito che, se è maschio, dovrà innamorarsi di una principessa, se è femmina di un principe. Non gli sono permesse fiabe con identificazioni diverse». Insomma, siamo cresciuti con il Male Assoluto travestito da Bella Addormentata e non ce ne siamo accorti. In effetti è vero: sono millenni che i cavalieri combattono per le donzelle, che Cenerentola balla col principe e Biancaneve si risveglia al bacio di un uomo… Orrore, Andersen, Grimm, Disney, quanti cattivi maestri.

Purtroppo non è più il tempo dell’ironia, basta leggere oltre nell’introduzione per rendersi conto che siamo in piena crociata ideologica: «Questi sono gli anni in cui i bambini di solito cominciano a formarsi un’idea di se stessi e delle persone che li circondano», dunque occorre «incoraggiare la diversità»: spesso i genitori e la scuola sono legati agli «stereotipi» della famiglia formata da un padre uomo e una mamma donna e «come risultato molti bambini trascorrono gli anni della scuola elementare senza accenni positivi alle persone LGBT»,(lesbiche, gay, bisessuali e transgender). Purtroppo non siamo in presenza di uno scherzo. Avverte il testo: «Nella nostra società si dà per scontato che l’orientamento sessuale sia eterosessuale e la famiglia, la scuola, gli amici si aspettano, incoraggiano e facilitano un orientamento eterosessuale». La normalità è un disvalore, così, ecco pronte le linee guida che “rieducano” prima gli insegnanti e poi i bambini a una Welthanschauung a uso e consumo delle lobby omosessuali.

Primo comandamento: «Non usare analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa», cioè che sottintenda anche involontariamente «che l’eterosessualità sia l’orientamento normale». «Tale punto di vista può tradursi infatti nell’assunzione che un bambino da grande si innamorerà di una donna e la sposerà». L’antologia di orrori prosegue: il maestro è pregato a combattere l’omofobia anche nei problemini di aritmetica: «Rosa e i suoi due papà comprano due lattine, se ogni lattina costa 2 euro quanto hanno speso?». Siamo all’inverosimile, «una fuga in avanti troppo precipitosa e un po’ strisciante», commenta la scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera. O forse un colpo di mano sfuggito persino a chi deve controllare. Infatti, il viceministro al Lavoro e alle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, Maria Cecilia Guerra, ha inviato una formale nota di demerito al Direttore dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) Marco De Giorgi, relativamente alla diffusione di questo materiale elaborato dall’Istituto Beck. Spiega Guerra: «L’Istituto Beck, sulla base di un contratto con l’Unar che risale al dicembre 2012 (ben prima che io esercitassi la delega alle Pari opportunità, dal luglio 2013) ha prodotto questo kit per insegnanti», di cui lei non era a conoscenza. Una sconfessione: «L’educazione alle diversità è cruciale nel percorso educativo dei nostri ragazzi. La finalità non deve mai essere quella di imporre un punto di vista o una visione unilaterale del mondo». Per ora la favola nera ha un liete fine…

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