La grandezza di Lucio Dalla sovrasta l’imbecillità dei fischi

21 Gen 2014 17:38 - di Silvano Moffa

Qui dove il mare luccica/ e tira forte il vento/ su una vecchia terrazza davanti al golfo di Sorrento/ un uomo abbraccia una ragazza/ dopo che aveva pianto/ poi si schiarisce la voce e ricomicia il canto…”. Sono le strofe iniziali della struggente canzone che Lucio Dalla dedicò al grande tenore Enrico Caruso. Note sublimi che accompagnano  un testo poetico.  Una delle canzone più belle del cantautore bolognese. In una intervista, Lucio Dalla raccontò di averla scritta di getto sullo stesso terrazzo di Sorrento, dove aveva soggiornato il tenore Enrico Caruso poco prima della morte. Era capitato lì per caso. La sua imbarcazione aveva avuto un guasto ed era stato costretto ad attraccare nel porto della ridente cittadina del golfo. Durante il soggiorno, i proprietari dell’albergo gli raccontarono degli ultimi giorni di vita del tenore e della sua passione per una giovane a cui dava lezioni di canto. Di qui l’ispirazione di un brano che è diventato un pezzo di storia della musica italiana. Parole dense di malinconia  si librano nel limpido cielo di Sorrento a lambire l’intenso azzurro del mare, sull’onda leggera di una musica intensa, che penetra nell’animo e rende immortale l’immagine di Caruso, ed esplosiva la  sensibilità musical-poetica di Lucio Dalla. Qui la napoletanità,  nelle sue forme più delicate e genuine,  acquista dimensione universale per il cuore e il talento del cantautore bolognese. È l’omaggio di un artista, Dalla, ad un altro artista, Caruso. Non solo. È la nascita di un gemellaggio musicale tra due città molto differenti , eppure dotate  entrambe di raffinata cultura. Soltanto degli autentici imbecilli, rozzi e incivili, potevano arrivare a fischiare una canzone come questa, mentre veniva diffusa dagli altoparlanti dello stadio Dall’Ara, poco prima della partita Bologna- Napoli. Sciagurati, ignoranti, derelitti del genere umano, incapaci di comprendere che i loro fischi – e quegli ignobili striscioni razzisti issati dalla curva degli ultrà contro i tifosi napoletani – offendono Bologna non meno di quanto offendano Napoli. Tanto di cappello a Gianni Morandi che li ha apostrofati con l’epiteto di “deficienti”. Gli va dato merito di aver  preso nettamente le distanze da questa ciurma repressa che infesta gli stadi e aizza all’odio, in spregio alla inconfondibile malia di una voce unica nel suo genere: la voce di  Lucio Dalla, un artista  attaccato alla sua città, e appassionato tifoso, nel senso vero e nobile del termine,  delle maglie rossoblù . C’è da augurarsi che questi sciagurati vengano identificati e allontanati dagli stadi vita natural durante. C’è da sperare che, durante le partite di calcio,  torni nel campo e sulle tribune a praticarsi il rispetto che è dovuto alle squadre ospiti, e che il tifo sia praticato senza  eccessi. L’idea di far ascoltare il Caruso di Dalla è stata una bella  idea. Ci sono valori, sentimenti, passioni, storie e culture, musicali e non, che si intrecciano meravigliosamente nella storia millenaria della nostra Nazione e dei nostri  ottomila comuni. Artisti di ieri e di oggi, nati a Nord  e a Sud, a Milano a Roma  a Palermo,  hanno cercato nella contaminazione dei luoghi, nella bellezza del paesaggio, nello spirito che anima nel profondo la nostra comunità di italiani, nelle viscere della nostra storia, l’ispirazione di opere che hanno lasciato il segno  e dato un senso all’arte. L’arte non conosce confini.  Nè ridicole discriminazioni. Tutte cose che, purtroppo, in cervelli vuoti  e poco avvezzi allo studio  e al rispetto bucano il vento, come pale eoliche nel loro roteare meccanico.  La mucillagine energumena, che scandisce cori indecenti dagli spalti  di uno stadio, rappresenta l’emblema di una immensa inciviltà che ci opprime. Con la sua idiozia e la sua abissale  incultura. Se fossimo nei panni del presidente del Bologna, la canzone di Lucio Dalla dedicata a Caruso la faremmo ascoltare ogni santa domenica calcistica che viene. Fin quando lo stadio, tutto lo stadio, in piedi, arrivi a cantarla. Sarebbe un gran gesto. “Te voglio bene assai/ ma tanto tanto bene sai/è una catena ormai/ che scioglie il sangue dint’  e’ vene sai”.  La melodia del suono e la grazia della poesia possono annientare  anche la più ottusa delle stupidità.

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