Come ha ragione il professor De Rita: in Italia non comanda più nessuno

14 Ott 2013 16:25 - di Mario Landolfi

Non ha ricevuto l’eco che meritava un’intervista rilasciata giorni fa all‘Espresso da Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, studioso da tanti anni sulla breccia e tuttora tra i più lucidi analisti della società italiana. Le parole da lui consegnate al settimanale diretto da Manfellotti disegnano uno scenario a dir poco preoccupante in merito alla configurazione ed alla struttura stessa del potere italiano. Già l’incipit dell’intervista è una botta secca, di quelle che non contemplano repliche: «In Italia non comanda nessuno». Può non piacere, ma è la verità. Se si chiedesse agli italiani, confermerebbero sicuramente o risponderebbero che comandano tutti, che è poi la stessa cosa.

Secondo De Rita, il potere in Italia non s’irradia più verticalmente dalle istituzioni verso i cittadini ma si diffonde orizzontalmente per relazione da e verso nuovi, piccoli principati. Quali? Si va da Confindustria alla Cisl, dalla Rcs a Repubblica, dal Forum Ambrosetti a Mediobanca passando per l’Inps e lo stesso Censis. Non è invece più un dominio la Fiat. Una vera novità.

In poche parole, l’Italia immersa nella crisi fatale di questo scorcio di inizio millennio sembra fatalmente rinculare verso una condizione che le è purtroppo nota, quella che per secoli l’ha vista come una mera espressione geografica, vivacissima culturalmente ma politicamente accartocciata ed in balìa delle grandi monarchie europee già munite presso il sovrano del proprio baricentro decisionale.

Nel Rinascimento fu la scoperta dell’America con le nuove rotte dei traffici commerciali a sovvertire le gerarchie delle potenze dell’epoca (la Serenissima repubblica di Venezia ne fu vittima illustre). Oggi invece è la globalizzazione a selezionare i territori e a distinguere quelli connessi con le traiettorie dello sviluppo da quelli stagnanti e privi di prospettiva.

Se in Italia “non comanda nessuno” ed il potere non possiede più alcuna verticalità cioè gerarchia o ordine, significa che la nostra non è una crisi riferibile esclusivamente a parametri economici, finanziari o a statistiche ma che siamo in presenza di un pauroso vuoto di legittimazione. È come se nessuno riconoscesse più il potere di un organo a decidere. Siamo ad un passo dal realizzare tecnicamente l’anarchia.

Parlamento e governo sono delegittimati non solo dall’antipolitica militante ma soprattutto dall’eclissi del concetto di responsabilità politica, ormai sommerso dall’esondazione della funzione giurisdizionale della magistratura. Capita sempre più spesso che di scelte adottate nell’esercizio di funzioni amministrative e persino legislative si sia chiamati a risponderne più di fronte a poteri terzi ed arbitrali che ai cittadini. Anche quando non ne sussisterebbero i presupposti. Una ricerca edita da Il Mulino (“La qualità della democrazia in Italia”) ha espressamente rilevato l’anomalia di poteri politici che vanno scolorendo a fronte di poteri di garanzia che, al contrario, si politicizzano.

La confusione tra poteri è anche il risultato dello spezzatino dello Stato centrale in favore delle regioni. Qui addirittura non si sa chi comanda. Infatti, su una serie lunghissima di competenze – talune anche di rilevanza strategica – la legislazione è concorrente, cioè di entrambi, con conseguente contenzioso davanti alla Corte Costituzione e crescente incertezza del diritto. È persino fatale che un’Italia così sottosopra nei suoi assetti vitali finisca per balbettare nei consessi internazionali. Non può più durare. Un suggerimento non richiesto al ministro per le riforme Quagliariello: prima di lavorare sui grandi ingranaggi della macchina statale faccia avvitare i bulloni laddove c’è il rischio di perdere pezzi. La pubblica amministrazione va sfoltita. Ottomila e passa comuni sono troppi. Ne andrebbero accorpate le funzioni e ripristinati controlli preventivi sugli atti. Le province svolgono un’insostituibile funzione di coordinamento. Le competenze regionali andrebbero invece ricondotte a quelle previste dall’originario Titolo V. Andrebbe eliminato l’istituto della sospensiva da parte del Tar e si potrebbe continuare. Sono interventi per mettere in sicurezza l’Italia. Da noi stessi, innanzitutto

Già, perché a dire tutta la verità dovremmo aggiungere che quando una decisione è stata finalmente presa superando gli ostacoli del Tar, del Consiglio di Stato, di un’Autorità di Bacino, della Soprintendenza competente, della direzione provinciale dell’Inps, di quella regionale dell’Inail, rischia in ultima istanza di essere vanificata da uno dei tanti comitati “per il No a qualsiasi cosa” che spuntano come funghi in ogni angolo del Belpaese trovando sempre un microfono ed una telecamera disponibili ad amplificare le loro farneticazioni. Solo se nella catena di non-comando nazionale inseriamo d’ufficio anche le minoranze protestatarie, ci possiamo veramente rendere conto di quanta ragione abbia il prof. De Rita.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *