Nel Pd allo sbando nessuno riesce ad imporre una linea politica. Si litiga come comari sul ballatoio

19 Lug 2013 14:05 - di Gennaro Malgieri

Ma quanti partiti ci sono nel Pd? Non riusciamo più a contarli. Sono tutti comunque l’uno contro l’altro armati e non perdono l’occasione per lanciarsi in battaglie che inevitabilmente e puntualmente finiscono nel nulla. Come quella di Matteo Renzi, all’assalto fino a ieri del governo Letta, poi ridotto a più miti consigli da quanti gli facevano notare il suo isolamento politico che da “statista” qual è non aveva messo in conto. E poi ci sono gli ultras della Bindi e di Civati, i “riformisti-radicali” alla Giachetti, i “normalizzatori” alla Epifani, i “giovani turchi” che non s’è capito bene con chi stanno, i rinnovatori alla Cuperlo che s’ispirano a D’Alema, i numerosi carneadi che flirtano con il Movimento Cinque Stelle e via elencando. Una babele, insomma, nella quale non passa settimana che non s’accenda un qualche fuoco destinato alla fatuità.

Tuttavia per quanto gli incendi possano sembrare innocui, tengono desta l’ansia del governo ed impediscono un’azione efficace allo stesso che non sa mai fino a che punto può contare sulla sua maggioranza. Insomma, nel Pd si celebra un congresso permanente che offre il destro a coloro che vogliono l’instabilità per riuscire a mettere a repentaglio un esecutivo già strutturalmente fragile le cui chances di sopravvivenza sono affidate al senso di responsabilità del Pdl e  ai pochi nel Pd che hanno capito quale sia la posta in gioco. Da qui all’autunno inoltrato, quando i democrat celebreranno le loro assise, ogni giorno avrà la sua pena. Poiché ognuno dei tanti soggetti che popolano Largo del Nazareno vorrà porsi come riferimento  per un’alternativa che certamente finirà nel nulla per il semplice fatto che al Pd manca un progetto.

E’ questa una mancanza che si è evidenziata ben prima delle elezioni e poi è divampata nel corso delle trattative per la formazione del governo (che doveva essere del “cambiamento”, secondo Bersani), l’elezione del capo dello Stato, la questione dell’ineleggibilità di Berlusconi, il “caso kazako” e molti altri “minori”, ma non per questo meno dirompenti episodi che hanno tenuto sulla corda Letta e agitato inutilmente le acque della politica.

Adesso, acquietatesi – si fa per dire – le “anime” più reattive di fronte allo stop imposto dal Quirinale ed alla “conta” interna che non avrebbe portato alla sfiducia di Alfano, si attende la prossima mossa. Quale sarà? Manco a dirlo, gli occhi sono puntati sul 30 luglio, giorno fatidico per eccellenza nel quale la pronuncia della Cassazione su Berlusconi potrebbe ridare vigore ai falchi del Pd (e di tutte le opposizioni) oppure metterle a tacere per un lungo periodo.

Insomma, i Democratici sono alla continua ricerca dell’incidente. Invece di dedicarsi al progetto su cui costruire il partito in vista del congresso, sperano nella caduta del governo del quale loro stessi fanno parte. Non si era mai vista tanta schizofrenia nella politica italiana anche in considerazione del fatto che un’alternativa a Letta non c’è. E con questi chiari di luna pensare alle elezioni anticipate (sembra peraltro che la “finestra” di ottobre si sia definitivamente chiusa) è pura follia.

Allora quale lezione si può trarre dallo smembramento del Pd? Quella che era evidente fin dal suo formarsi: l’amalgama non riuscito tra diverse componenti – non solo cattolici progressisti e post-comunisti – che invece di cercare motivi di unione sulla base di un programma condiviso, hanno preferito ingaggiare lotte senza quartiere in puro stile partitocratico per spartirsi il potere, sia centrale che periferico. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Soprattutto sono sotto gli occhi di Renzi il quale, ritenendosi più furbo degli altri, avrebbe voluto distruggere il quadro messo faticosamente insieme per potersi candidare alla leadership del partito ed alla premiership contemporaneamente. Troppa grazia. Troppa ingordigia. Troppo di tutto per un ex-concorrente alla “Ruota della fortuna”. Saltato questo giro, chissà se riuscirà ad afferrare la prossima occasione. In autunno, le foglie appassiscono sempre per quanto le stagioni siano diventate anch’esse, come certi partiti, variabili ed inaffidabili.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *