Ragazzini si danno fuoco in Tibet ma nessuno ne parla. Palach è lontano…

21 Feb 2013 12:01 - di Antonella Ambrosioni

Darsi fuoco per una causa nobile come la libertà, come il Tibet, oggi non fa notizia. Chi si occupa di due adolescenti, 17 e 18 anni, per una vita a scuola insieme, compagni di banco da sempre, ora per sempre uniti oltre la vita? Relegati nelle pagine interne dei quotidiani, in coda nelle notizie esteri dei siti on line. Nella città di Dzorge, ai piedi della regione autonoma cinese del Tibet, la provincia di Sichuan ospita una numerosa comunità di etnia tibetana. Nella stessa città di Dzorge, il 3 febbraio si era dato fuoco un monaco tibetano di 33 anni, Lobsang Namgyal, dopo aver gridato: «lunga vita al Dalai Lama». Non sono che le ultime due giovani vite, in ordine di tempo, che hanno voluto urlare al mondo il volto truce di Pechino contro i diritti calpestati dei tibetani e e contro gli oppositori del regime in genere. La duplice immolazione fa salire a 104 il numero dei tibetani che si sono suicidati col fuoco dal 2009 per protestare contro la repressione della Repubblica popolare cinese. Almeno 22 di queste immolazioni sono state compiute da minorenni. I loro nomi, i loro volti, inghiottiti nel vortice del frullatore delle notizie “dal mondo”. Come sono lontani i tempi in cui un giovane studente come Jan Palach si dava fuoco cospargendosi di benzina e diventando il simbolo di una Cecoslovacchia silenziosa e invasa. Il suo volto e Piazza San Venceslao divennero in tutto il mondo il simbolo dell’occupazione e dell’oppressione militare del comunismo sovietico. Ai suoi funerali, il 25 gennaio del 1969, quasi un milione di praghesi seguirono funerali. Dopo il crollo del comunismo nel 1990 il presidente Vàclav Havel gli dedicò una lapide per commemorare il suo sacrificio. Nel 1989 gli venne intitolata la piazza nel centro di Praga fino ad allora dedicata all’Armata Rossa ( sì, proprio quella glorificata al Festival di Sanremo…). Oggi, molte associazioni studentesche, anche di sinistra, lo ricordano come una persona morta in nome dei suoi ideali, e non sono pochi i circoli di giovani dedicati a Jan Palach. Per i nostri giovani eroi solitari il destino è diverso. La Cina è un colosso economico con cui tutto il mondo ha interesse a fare affari, mettedo la testa sotto la sabbia. Per cui questi giovani eroi ragazzini sono parte di una lista, una lista nera, ma pur sempre numeri senza volto. Forse anche senza esequie degne di questo nome: le famiglie dei due ragazzi hanno potuto recuperare le loro spoglie, ma non è certo che possano celebrare il rito funebre tradizionale, generalmente impedito dalle autorità cinesi. Una folla di torce umane dice no a questo scempio. Ma il mondo si volta dall’altra parte. Per la vergogna?

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