La “farfalla granata” oggi avrebbe 70 anni: il destino di Gigi Meroni
Cultura - di Antonio Pannullo - 23 Febbraio 2013 alle 18:38
Ancora oggi i tifosi granata meno giovani hanno l’abitudine, dopo una vittoria del Torino, di portare un fiore a un piccolo monumento in corso Re Umberto: è un cippo edificato sul luogo dove la sera del 15 ottobre del 1967 il calciatore Luigi Meroni, Gigi, fu investito e ucciso da un’automobile che colpì anche il suo coetaneo e compagno di squadra Fabrizio Poletti, il coriaceo terzino, che però se la cavò con una gamba ingessata. Meroni aveva solo 24 anni, era nato a Como il 24 febbraio 1943, coetaneo quindi di Rivera, di Rosato, di “Picchio” De Sisti, di Boninsegna “Bonimba”, ma anche dell’abitro Agnolin, di Jim Morrison, di Johnny Halliday: un ragazzo degli anni Sessanta, insomma. E di quegli anni aveva tutte le caratteristiche, antoconformista in un mondo che cambiava, era stato soprannominato “il beatnik del gol”, per i suoi capelli lunghi e la sua barba, o anche “la farfalla granata”, per il suo estro e il suo talento naturale di ala destra. Quando morì aveva disputato 145 partite in serie A realizzando 29 gol. In Nazionale andò solo sei volte, segnando due reti, perché Edmondo Fabbri gli aveva detto chiaro e tondo che se avesse voluto giocare negli Azzurri avrebbe dovuto tagliarsi i capelli e vestirsi bene. Ma lui non se ne dava per inteso, era un ribelle per natura, e per giunta dava scandalo convivendo in un attico a Torino conCristiana, una polacca separata ma ancora ufficialmente moglie di un regista. Viveva la sua vita, ma senza messaggi politici, era un goliarda, una persona allegra e un artista del gol ma soprattutto del dribbling, tanto che ancora oggi i tifosi granata gli rimproverano quella maledetta abitudine di dribblare troppo e di tenersi il pallone per sé, cosa però che spesso gli consentiva di arrivare a tu per tu col portiere. Tra i campioni del calcio diceva di ammirare solo Omar Sivori, e come lui portava i calzettoni abbassati, a sfidare i calci dei difensori cui esponeva gli stinchi. Come Mariolino Corso, come Luisito Suarez. E a proposito dell’Inter, pochi sanno che quando Meroni giocava nelle giovanili del Como, città dove era nato, l’Inter lo comprò, ma la madre, vedova da molti anni e con altri due figli a carico, spaventata dall’idea che Gigi andasse a Milano gli strappò il cartellino neroazzurro e mandò tutto a monte. Così Gigi restò a Como qualche anno, per poi andare a Genova, nel Genoa e finalmente al Torino. Dicono i tifosi granata che lo videro giocare, che lui adesso è idealmente insieme col grande Torino, quello di Superga, e che ogni domenica giovano. Senza anticipi o posticipi, ogni domenica alle 15 scendono in campo.
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