Riscrivono la storia della fondazione di Roma: si chiamava Maia (e non solo)

Il nome segreto della città di Roma è Maia, quello della maggiore fra le stelle della costellazione delle Pleiadi. La tesi è sostenuta da due studiosi Felice Vinci e Arduino Maiuri, nello studio Mai dire Maia. Un’ipotesi sulla causa dell’esilio di Ovidio e sul nome segreto di Roma (nel bimillenario della morte del poeta), pubblicato sull’ultimo numero di Appunti Romani di Filologia, rivista annuale di studi di letteratura greca e romana.

Riscritta la storia romana, la città di Romolo si chiamava Maia

Indagando le motivazioni del misterioso esilio comminato a Ovidio dall’imperatore Augusto, i due autori si imbattono in una serie di affermazioni sibilline di Ovidio nella sua opera Fasti, interrotta proprio dalla punizione dell’esilio, che rinviano proprio a Maia. L’opera doveva comprendere in tutto dodici libri, uno per ciascun mese dell’anno; un poema finalizzato a rivisitare le feste, i riti e le consuetudini della tradizione romana, bruscamente interrotto al sesto libro, nell’8 d.C., dall’esilio a Tomi, sulla costa occidentale del mar Nero. All’inizio del quinto libro la musa Calliope si sofferma sugli antefatti della fondazione di Roma e chiama in causa la costellazione delle Pleiadi, caso unico in tutta la letteratura latina sia precedente sia successiva e certo non spiegabile con un’invenzione di Ovidio, rigorosamente rispettoso della tradizione.

La tesi originali di due studiosi dell’antichità

L’autore aveva dunque scritto qualcosa che non doveva essere scritto?  «I sacerdoti romani, prima di assediare una città, ne invocavano il nume tutelare, promettendo che nell’Urbs avrebbe goduto di un culto uguale, se non maggiore, qualora avesse assistito i Romani nell’assedio. Dunque, per evitare che i nemici facessero lo stesso, il nome della divinità protettrice (che spesso si identificava con quello della città medesima, come nel caso di Atena-Atene)  doveva essere coperto dal più assoluto riserbo», si legge nello studio di Vinci e Maiuri. Era vitale insomma che la divinità tutelare di Roma venisse tenuta segreta per non concedere vantaggi ai tanti nemici dell’impero.

Le Pleiadi erano i Sette Colli

Il mito della fondazione di Roma, secondo gli autori dello studio, rivela sorprendenti legami con le Pleiadi, l’ammasso stellare a forma di carro che è composto da sette stelle racchiuse in un’area del cielo che, vista dalla Terra, ha la stessa grandezza del disco lunare.  Riguardo al legame delle sette Pleiadi con il luogo dove sarebbe sorta Roma, sovrapponendo pianta della città e volta celeste si scopre che i Sette Colli si approssimano molto, nella collocazione, alle sette Pleiadi e che il luogo di “inizio” della città, il colle Palatino dove Romolo tracciò con l’aratro i confini della città quadrata, coincide appunto con Maia. Il tutto sottolineato dal tracciato delle mura serviane.