Quantative easing e crescita: la strada delle esportazioni e del consumo

In un mio articolo titolato provocatoriamente “La politica monetaria di Draghi è un fallimento: ecco perché” e gentilmente pubblicato, il 16 settembre 2016, su queste pagine, criticavamo, pur riconoscendone l’efficacia sul piano della stabilizzazione dei tassi, l’effetto della politica del quantative easing sulla crescita economica del nostro Paese. A segnalarlo, già allora, era il percorso dell’inflazione al di sotto del target del 2% annuo. Oggi l’Europa ed ancor più il nostro Paese si ritrovano di fronte alla necessaria inversione della politica monetaria della Banca Centrale che, per non favorire la fuga dei capitali verso il dollaro, dovrà seguire una più rigida politica monetaria. Infatti, il nuovo responsabile della Fed ha annunciato al mercato il progressivo rialzo dei tassi. C’è da giurare che l’impatto per gli europei (e soprattutto per noi, alle prese con una domanda interna di beni e servizi ancora troppo bassa, per l’accresciuta disoccupazione, e di una troppo alta capacità produttiva ancora non impiegata) sarà pesante. In effetti, i dati statistici sembrano confermare che solo le imprese votate all’export hanno ripreso a marciare, mentre la domanda interna langue; questo è vero, si badi bene, non solo per l’Italia ma addirittura per la grande Germania.

Le imprese – è la retorica che si siamo sentiti propinare in questi anni – trovano convenienza ad aumentare l’offerta se hanno a disposizione moneta a buon mercato; ma questo, a dispetto di quello che si pensa, non è vero.

Siamo, dunque, al punto. La moneta a buon mercato non basta ad alimentare la domanda globale. Come già dicevamo, nell’articolo sopra ricordato “… è necessario che ci siano aspettative positive, sia da parte sia dei consumatori che delle imprese. I primi consumano se non hanno debiti da pagare o possono provvedere ad un loro rinvio ed i secondi investono solo se confidano in un ritorno positivo dell’investimento che permetta un ampio margine di profitto. Se cosi non è, impianti e macchinari rimangono inutilizzati e la manodopera disoccupata, ed un aumento dell’offerta di moneta non si traduce in un crescita del livello dei prezzi, ma resta tesaurizzata”. Ma di questo appello non sembrano essersi accorti né gli economisti di casa nostra né quelli che stazionano a Bruxelles. Dunque che fare, visto che il quantative easing sotto l’aspetto della crescita ha fallito?

Il fatto è che, piaccia o meno, l’unica strada possibile per la crescita economica sono, oltre l’aumento delle esportazioni, l’investimento ed il consumo; se sulle esportazioni la fanno da padrona oltre i prezzi, le politiche di accordo commerciale promosse dai paesi, sugli investimenti e sui consumi occorre operare con una politica economica attenta che tenga conto che gli imprenditori investono non per capriccio ma solo se, ragionevolmente, si aspettano una crescita delle vendite future. Il consumo, invece, cresce se si maggiora il reddito disponibile per le famiglie, e quindi con più lavoro o meno tasse.

In effetti, la bassa crescita italiana (ed europea) hanno ben altre cause, di cui ci si può rendere facilmente conto sfogliando i dati di Istat (o s si preferisce di Eurostat). Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione europea, ma particolarmente di quella del nostro bel paese, è oramai un dato acquisito che si consolida sempre più e, a nostro modo di vedere, è una delle cause importanti della bassa crescita delle nostre economie. I mercati europei sono da tempo mercati statici dove i consumi languono. Uno shock capace di dare una svolta potrebbe essere una politica di incentivazione delle nascite; i bambini piccoli si sa sono costosi e le famiglie numerose risparmiano poco o niente e un boom demografico sarebbe capace di aumentare la propensione al consumo e dunque la crescita. L’altra causa strutturale della bassa crescita (complementare alla stagnazione demografica) è l’aumento dei costi per il welfare. Ma ciò non basta. In particolare per l’Italia, i dati dimostrano come ci sia la tendenza a differire sempre più l’acquisto dei beni di consumo durevoli, come televisori, lavatrici, frigoriferi ed macchine utensili per la casa, segno della generale sfiducia nel futuro che affligge il nostro continente.

Dunque, delineato il quadro, auspichiamo che coloro che saranno chiamati a gestire, da qui a qualche giorno, il Paese imparino dagli errori passati. Non nutriamo molta fiducia, perché a sfogliare i programmi economici dei partiti in corsa, l’attenzione è praticamente tutta dedicata alla gestione del debito pubblico ed al piano di rientro in termini di maggiore o minore disavanzo (e quindi, in buona sostanza, al dibattito sul si o no all’Europa). Scontro, lo sottolineiamo, certamente importante, ma che rischia di essere più vicino al sentire dei banchieri che agli interessi della gente comune e, quindi privo di reali conseguenze in termini di sviluppo del paese.