Perché la politica dei dazi può avere conseguenze favorevoli

Come oramai assodato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso di imporre a tutela dell’industria siderurgica statunitense dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio. Sembrerebbero essere esentati Canada e Messico, partner degli Usa nell’accordo di libero scambio Nafta, ed i «veri amici» degli Usa che, tra i paesi Nato, sono solo quelli che rispettano il target di spesa militare fissato dall’Alleanza atlantica, pari al 2% del Pil. Per inciso, né Italia, né Germania sono adempienti.

Un coro di critiche si è levato contro la politica dei dazi. Non pochi economisti hanno osservato come l’intervento è controproducente per gli Stati Uniti stessi. Tuttavia, ciò non è vero! Infatti, la teoria economica include, tra le diverse misure di politica commerciale, anche i dazi, che, ricordiamolo, nella maggior parte dei casi si sostanziano in una somma di denaro pagata dall’importatore all’ingresso del bene nel Paese che ha imposto il dazio, proprio come previsto da Trump per le importazioni di acciaio e alluminio.

Ora per vedere chi se ne avvantaggia e chi ci perde, occorre analizzare gli effetti che derivano per il Paese che impone il dazio, “effetti” che vanno misurati sugli attori principali, e cioè, sui consumatori, sulle imprese e sul volume complessivo dell’interscambio commerciale. Ad ogni buon conto, si evidenzia come le entrate monetarie date dai dazi costituiscono per lo Stato un introito fiscale e che di questo occorre anche tener anche conto. Come avevamo detto, non pochi economisti imputano ai dazi effetti complessivi negativi sul benessere sociale del paese che li impone. Essi argomentano che una politica protezionistica determina una generale perdita di efficienza del sistema e, comunque, il peggioramento nella ragione di scambio, ovvero del rapporto al quale beni di diversi paesi vengono scambiati. Sul punto, c’è una generalità di consensi, che non deve però trarre in inganno, perché – a ben vedere – essa vale solo quando ad imporre il dazio sia un paese di dimensioni modeste – quali possono essere i paesi in via di sviluppo del continente africano, o dell’ex blocco sovietico. Infatti, se gli effetti negativi su consumatori, imprese e interscambio sono accertati e verificati nel caso di un piccolo paese, l’effetto di un dazio applicato da un paese grande (come gli U.S.A. ad esempio) ha, in realtà, conseguenze ambigue e può determinare addirittura un beneficio per il soggetto che l’impone. Vediamo meglio, perché di tale analisi non leggiamo molto sulla stampa quotidiana.

Ebbene, se il Paese importatore è grande, dopo l’imposizione del dazio, il prezzo internazionale del bene generalmente diminuisce (dato che diminuisce la domanda del bene colpito da dazio) e ciò determina nel paese che impone il dazio due effetti contrastanti: certamente la perdita di efficienza nella produzione e nel consumo a cui si associa un effetto negativo sul prezzo interno del bene che aumenta, ma un miglioramento della ragione di scambio per il paese che impone il dazio e, quindi, un contrario effetto positivo sempre sul prezzo del bene colpito dal dazio; per cui ne deriva che, in assenza di ritorsioni, vi potrà essere un miglioramento del benessere sociale del paese che impone il dazio. Ecco, semplicemente, come si giustifica la politica di Trump, senza retoriche e nel pieno rispetto degli insegnamenti della dottrina economica.