Nuvole parlanti/ A Bologna Hugo Pratt in mostra, Corto Maltese ha 50 anni…

Negli Ottanta, in uno studio milanese della Rai, conobbi — grazie a Beniamino Placido —, Hugo Pratt. Il padre di Corto Maltese. Era una trasmissione sull’avventura. Placido — intellettuale di sinistra e uomo intelligente e sensibile — era rimasto colpito da un’iniziativa del Fronte della Gioventù milanese. In un cinema di corso Buenos Aires avevamo organizzato un cineforum (allora, nell’epoca pre internet, si usava…) intitolato “Capitani coraggiosi”, una rassegna dedicata agli avventurieri, agli avventurosi. Ogni giovedì mattina offrivamo agli studenti meneghini che bigiavano le lezioni, le pellicole di Rydley Scoot, Herzog, Cimino, Ford, Coppola, Milius, Schoendeeffer. Allora, il meglio del politicamente scorretto.

Quell’eroe di Hugo Pratt…

La locandina e le tesserine avevano come simbolo e richiamo il profilo dell’eroe di Hugo Pratt, il marinaio solitario e individualista,  Corto Maltese. Una provocazione che, al tempo, fece incazzare, una volta di più, i sinistrosi colti (uno scandalo, gridarono su Repubblica e il Manifesto…) e i destrosi incolti (perchè non Amedeo Nazzari o La Sagra di Giarabub, dissero…). Quella sera, quando raccontai — un po’ intimorito, lo ammetto — a Hugo Pratt il piccolo “furto”, lo splendido veneziano rise con gusto. Poi, in una lunga serata passata al ristorante Montecristo di corso Sempione, mi raccontò — in quel dialetto veneziano, tanto simile al “veneto” coloniale parlato dai nostri vecchi in Istria — le sue avventure in Africa orientale, il passaggio in Decima mas e poi, nel dopoguerra,  in Argentina con i peronisti, la sua passione estetica per l’impero britannico. Per il colonialismo europeo.

Ci rivedemmo nella sua casa di piazza Sant’Alessandro, uno dei luoghi “magici” di Milano. Ogni volta parlò a lungo — Hugo Pratt era un magnifico affubulatore — di Salgari, Yeats, Melville, delle sue innumerevoli avventure femminili, di Venezia, dell’Africa, della Polinesia, del mondo intero. Rideva e rideva della “scomunica” emessa dal Partito comunista francese — che lo accusava d’essere un pericoloso “libertario” e “fascista”, dunque da  censurare — e rivendicava la sua frequentazione con Jean Mabire, l’intellettuale “facho” che gli aveva fatto scoprire il barone Ungern e un’altra dimensione dell’Asia, del mondo. Della vita. Il capolavoro Corte Sconta detta Arcana è frutto di quell’amicizia.

Ammetto, in quei colloqui non feci troppo caso a certi piccoli simboli appesi alle pareti. Poi, dopo Favola di Venezia compresi. Pratt era un fratello massone, tendenza esoterica non affaristica. Chi se ne frega. Come tutti i ragazzi, non compresi nemmeno il senso del tempo e non volli insistere per avere uno schizzo, un disegno, uno sgorbio qualsiasi. Questioni di rispetto e di educazione. Mentre Ornella Vanoni lo tempestava di telefonate, mi promise (ma Pratt era uno sbadato…) di regalarmi un disegno, magari da utilizzare per il FdG. Non ebbi il coraggio di ricordarglielo. Poi le telefonate si interruppero. Stava male. Hugo Pratt chiuse la casa milanese, partì per i mari del Sud — forse alla ricerca di Pandora? — e si trasferì in Svizzera, dove morì il 20 agosto del 1995.

Al di là di questi ricordi sconclusionati, vi è oggi a Bologna, a Palazzo Piepoli, una mostra importante, molto importante, tutta dedicata al maestro veneziano: oltre 400 opere, tra disegni, acquerelli, chine, riviste e rarità. Ma non solo. A 50 anni dalla loro pubblicazione, si possono ammirare le 164 tavole originali di Una ballata del mare salato. E poi, oltre Corto Maltese vi sono le tavole Anna della Giungla (1959), Ernie Pike del 1961, La giustizia di Wathee del Sg.t Kirk del 1955, e ancora gli acquerelli degli Scorpioni del Deserto. Il percorso espositivo indaga anche  l’immaginario prattiano: da Jack London a Joseph Conrad, dalla poetica di Yeats e Rimbaud agli enigmi di Borges e ai misteri dei sufi e dei lama. Manca solo Jean Mabire. Chissà perchè?