Lo Porto ucciso: Obama si assume tutte la responsabilità, Renzi no

«Mi assumo tutta la responsabilità di queste operazioni anti-terrorismo» in cui è morto l’ostaggio italiano Giovanni Lo Porto. Il governo Usa «chiede scusa». Lo afferma il presidente Usa Barack Obama in una conferenza stampa straordinaria tenuta alla Casa bianca alle 10 di mattina  (le 16 in Italia). La notizia era divenuta di dominio pubblico da poche ore, dopo la rivelazione del Wall Street Journal che aveva scritto di un raid Usa, avvenuto nel gennaio scorso in Pakistan, nel quale sono morti l’ostaggio italiano e un ostaggio americano. «Ho parlato ieri col primo ministro italiano Matteo Renzi» dell’uccisione dell’ostaggio italiano, ha detto ancora il presidente americano. Il sospetto è che, invece, senza lo scoop del quotidiano americano la notizia non sarebbe stata diffusa né dagli Usa, né tantomeno dal governo italiano. Il premier Renzi ha infatti atteso la fine della conferenza stampa di Obama prima di formulare una dichiarazione ufficiale. «L’Italia esprime profondo dolore per la morte di un italiano, che ha dedicato la sua vita al servizio degli altri». Renzi esprime condoglianze «anche alla famiglia di Warren Weinstein», l’altro ostaggio morto nel raid.

Brunetta: «Il governo riferisca in aula sulla morte di Lo Porto»

«Il governo venga a riferire immediatamente sulla notizia, tragica e inquietante notizia, che abbiamo ricevuto or ora. Non è possibile che a distanza di mesi si venga messi a conoscenza di un fatto di questa gravità. Per cui chiediamo che il governo, immediatamente, venga a riferire in Parlamento». Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, intervenendo in Aula a Montecitorio sulla morte di Lo Porto. Qualche dettaglio in più sulla dinamica della morte di Lo Porto arriva dal presidente del Copasir, Giacomo Stucchi. «A gennaio – ha detto Stucchi in un’intervista ad Affaritaliani.it – gli americani hanno fatto questo raid con dei droni cercando di colpire un compound dove c’erano dei talebani. Il compound era un target giusto e di solito dove ci sono i talebani non vengono tenuti anche gli ostaggi e invece in quel caso lì, purtroppo, c’erano anche degli ostaggi».

Giovanni Lo Porto era stato rapito nel 2012

Giovanni Lo Porto è stato rapito tre anni fa, il 19 gennaio 2012, insieme a un collega tedesco in Pakistan, dove lavorava per la ong tedesca Welt HungerHilfe  (Aiuto alla fame nel mondo’ impegnata nella ricostruzione dell’area messa in ginocchio dalle inondazioni del 2011. Quattro uomini armati li prelevarono con la forza nell’edificio dove lavoravano e vivevano con altri operatori a Multan, al confine tra Pakistan e Afghanistan. Il collega Bernd Muehlenbeck è stato liberato lo scorso 10 ottobre. Dopo la liberazione il cooperante tedesco raccontò che i rapitori avevano portato altrove già da un anno il collega italiano. La vicenda si è ingarbugliata fin dall’inizio, con la rivendicazione di al Qaeda del sequestro, subito smentita. Più volte il Tehrek-e-Taliban Pakistan (TTP), principale movimento armato anti-governativo, ha negato di avere in mano Lo Porto. Fino al tragico epilogo, confermato oggi dalla Casa bianca.