Cameron blocca le tasse e ipoteca il risultato elettorale del 7 maggio

Un testa a testa fra Conservatori e Laburisti e un parlamento frammentato come mai prima in cui dovrebbero trovar spazio almeno 8 gruppi diversi. È lo scenario proiettato dagli ultimi sondaggi sulle elezioni britanniche del 7 maggio, secondo l’incrocio dei dati aggiornato della Bbc, mentre il Daily Mail accredita addirittura un 40% d’indecisi. A una settimana dal voto, e a poche ore dall’ultima tribuna televisiva, l’istituto Ipsos-Mori segnala un’avanzata dei Tory con il 35% sul 30% del Labour. Ma molti altri indicano un quasi pareggio. E la rilevazione incrociata della Bbc insiste nel dare il Labour di Ed Miliband al 34% dei voti, i Tory del premier David Cameron al 32%, gli euroscettici dell’Ukip di Nigel Farage al 14, i Libdem di Nick Clegg all’8, i Verdi al 6 e vari altri al 6. Con questi numeri – che fanno la media tra sondaggi diversi e talora divergenti – l’Hung Parliament (cioè il parlamento senza maggioranza assoluta a una singola forza) sarebbe certificato. Quel che conta sono del resto i seggi, assegnati tutti a chi arriva primo in ciascun collegio uninominale. E qui le previsioni indicano in effetti i due maggiori partiti entrambi al di sotto della quota fatidica di 326. Mentre una rappresentanza ben superiore alla percentuale nazionale viene assegnata dai pronostici alle formazioni locali: gli unionisti nordirlandesi del Dup, gli autonomisti gallesi del Plaid Cymru di Leanne Wood e soprattutto gli indipendentisti scozzesi dello Snp di Nicola Sturgeon, che in casa loro potrebbero fare addirittura bottino pieno in 59 collegi su 59. Ma è guerra pre-elettorale anche tra Libdem e Conservatori, alleati nell’attuale coalizione di governo e costretti a rimanere tali anche in futuro se Cameron vorrà avere una chance di restare premier in futuro. Ad aprire il fuoco è stato il partito di Nick Clegg che per bocca del suo responsabile economico, Danny Alexander, ha svelato un presunto piano segreto dei Tory per tagliare ben 8 miliardi di sterline al welfare: in particolare alle risorse destinate al sostegno dell’infanzia. Un’accusa che campeggia in queste ore sulle prime pagine di tutti i giornali, ma che il partito di Cameron respinge.

Cameron cala l’asso: fino al 2020 niente aumenti fiscali

Ma Cameron si è giocato il jolly: tasse bloccate per legge da qui al 2020. Il premier conservatore prova a strizzare l’occhio al mondo del business e alla classe media, ma anche alla platea dei consumatori in generale, pur di restare al numero 10 di Downing street. Un colpo di acceleratore che mira a spazzare via le incertezze dei sondaggi. Azzoppato infatti dai dati sulla frenata della crescita del Pil, Cameron può del resto contare, se non altro, sui guai altrui. Visto che il Labour si ritrova adesso alle prese con un duplice intoppo: da un lato lo scandalo che – a dar retta al Times di Rupert Murdoch – rischia di annientare la credibilità di Margaret Hodge, paladina anti-evasione fiscale del partito di Ed Miliband; dall’altro l’avanzata degli indipendentisti scozzesi che porterebbero via voti a sinistra. Due punti deboli su cui i conservatori scommettono. Il primo ministro ha così annunciato che, in caso di vittoria alle elezioni del 7 maggio, il suo partito s’impegna ad approvare una legge nei primi 100 giorni di governo che di fatto blocchi gli aumenti di tasse per i successivi cinque anni.