La Cassazione bastona i giudici: indimostrato che quei 5 siano boss

Che siano capi di Cosa nostra è tutto da dimostrare. L’ordinanza del Tribunale del Riesame di Palermo che li ha ritenuti al vertice delle cosche non sarebbe ben motivata. Perciò la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la parte della decisione dei giudici che definiva Pietro Magrì, Gioacchino Favaloro, Girolamo Biondino, Giuseppe Fricano e Onofrio Terracchio padrini delle cosche palermitane. Tutti sono stati arrestati a giugno scorso nell’ambito dell’indagine “Apocalisse“, che ha portato in carcere 95 tra boss, estortori e gregari dei mandamenti di San Lorenzo, Resuttana e Acquasanta. Una decisione che mette a rischio il provvedimento con cui ai cinque mafiosi è stato applicato il 41 bis e che ha tra i suoi requisiti proprio la qualità di capo di Cosa nostra. Dopo la pronuncia della Suprema Corte, la questione torna al Tribunale del Riesame di Palermo che dovrà pronunciarsi sul punto. Siamo tranquilli», dicono i pm che hanno coordinato l’indagine e che attendono per i prossimi giorni la decisione dei giudici della Libertà.
L’operazione Apocalisse aveva portato all’arresto di 91 boss, affiliati e fiancheggiatori delle cosche di San Lorenzo, Tommaso NataleResuttana, antico feudo dei Lo Piccolo e dei Madonia, mentre per altri quattro sono state disposte misure cautelari diverse.
In carcere erano finiti vecchi boss e giovani leve, organizzati, secondo gli investigatori, in labili gerarchie, che si adattavano ai duri colpi inferti dalle forze dell’ordine e alle accuse dei pentiti. Una lettura che, però, alla fine non ha convinto la Cassazione che, più volte, ha ribadito come i rapporti gerarchici all’interno di Cosa Nostra debbano essere provati per poter realmente sostenere che quello o questo personaggio è da considerarsi un boss.
I magistrati avevano portato diverse intercettazioni per dimostrare i vincoli fra le persone arrestate e, in definitiva, quella che era la vita sociale dell’organizzazione. Il boss Gregorio Palazzotto sul suo profilo Facebook non usava mezzi termini per parlare delle sue preoccupazioni in ordine ai pentiti: «Non ho paura delle manette, ma di chi per aprirle si mette a cantare».

I vecchi mafiosi in rotta con le nuove leve spregiudicate

Le intercettazioni audio e video rivelarono le piccole e grandi spaccature all’interno dei clan costretti a fare i conti con la crisi delle estorsioni («Non sono piu’ i tempi di una volta – si lamentva la moglie di uno degli arrestati – Prima a Natale e a Pasqua raccoglievamo con i secchi!»”) e con gli scarsi proventi del traffico di stupefacenti («Minchia neanche con la droga si lavora piu», dice uno dei capifamiglia), mentre cercano di arrabattarsi con il business delle pompe funebri e con la nuova frontiera delle scommesse. Tra i metodi adottati da Vito Galatolo, uno degli arrestati, per riciclare il denaro della “cassa” della famiglia mafiosa dell’Acquasanta, ci sarebbe stato anche quello di impiegare oltre 660.000 euro di proventi illeciti in scommesse calcistiche, “ripulendo”, con le relative vincite, oltre 590.000 euro. I conti finivano nel “papello”, il libro mastro dove venivano tenuti i movimenti della cassa.
Le carriere in Cosa nostra sono rapide, sostengono i magistrati, e l’organigramma si aggiorna al ritmo delle retate. In un clima instabile, fatto di repentini cambi al vertice delle famiglie, frequenti liti a colpi di cazzotti e spedizioni punitive con tanto di sparatoria, a decidere, assicurano magistrati e investigatori, è sempre la vecchia guardia: Girolamo Biondino, 65 anni, fratello di Salvatore, l’autista di Toto’ Riina, veniva ritenuto uno dei capimafia piu’ autorevoli di Palermo. Per i magistrati è un mafioso vecchio stile che non tollerava infrazioni al codice d’onore (come le amanti, che alcuni affiliati però continuavano ad avere), faceva di tutto per non apparire: andava in giro con l’autobus, non partecipava a pranzi con altri mafiosi, non usava il cellulare.
Una vita da pensionato che non lo ha salvato da una delle retate più imponenti degli ultimi anni. Ieri la decisione della Cassazione che ha preso in contropiede giudici e pm palermitani: l’ordinanza che ha definito Biondino uno dei boss di Cosa Nostra è costruita sulla sabbia. Il suo ruolo di capobastone è indimostrato. Toccherà ora di nuovo al Tribunale del Riesame corroborare con prove ineccepibili il ruolo di Biondino e degli altri 4 ai vertici di Cosa Nostra.