Sorpresa a sinistra, per “Repubblica” non si dice “rom” ma “zingari”

Per un giorno la Repubblica dimentica il politicamente corretto e scopre che la parola “rom” non ha senso e che bisogna invece dire, correttamente, “zingari”. Trauma a sinistra. Ci voleva la penna corrosiva e raffinata di Guido Ceronetti per realizzare questo piccolo prodigio «Io vorrei sradicare dall’uso pubblico vulgato l’insulso rom e ristabilire il perfetto italiano zingari.
Se ne parla tanto e non sappiamo neppure come chiamarli».

La banalità di un luogo comune

Non si tratta né di razzismo né di antirazzismo, ma di uso corretto delle parole e di buon uso della logica. Con cultura e ironia, Ceronetti ridicolizza la banalità di un luogo comune: «Posso ziganeggiare a lungo, rivoltando letture e memorie, e provare che il termine rom, volendo designare una comunità zingara, è del tutto inutilizzabile. È improprio e di uso limitato nella loro stessa lingua. Traducibile con maschio, marito, genericamente uomo, la nostra eufemizzazione forzata è, nell’ostinarsi a ruttare rom rom, di una madornale insipienza. Se poi viene chiamata rom una donna (romnì) sarebbe come dire che la regina Cleopatra è di genere maschile e Venere si è riinventata gli ormoni».

Tutto lo pensano, ma nessuno lo dice

Non ci va tenero lo scrittore, ma dice quello che quasi tutti pensano, ma che quasi nessuno osa dire: «Pretendere che zingari e zingare non rubino è come volere che un’ape, posandosi sulla tua palpebra, non ti faccia vedere il Planetario». Anche a questa circostanza, Ceronetti offre una spiegazione: «La spaventosa strage mondiale di mestieri ereditari, oggi con pochi superstiti ha tolto agli tzigani sedentari i redditi più onesti (calderai, ramaioli, impagliasedie, maniscalchi, fabbri di forgia, lustrascarpe, aurari o setacciatori d’oro) e accresciuto il numero dei nomadi, dediti alle attività illegali». L’invettiva di Ceronetti non muterà certamente gli orientamenti del giornale diretto da Ezio Mauro, ma almeno questa  sua violazione di un potente tabù linguistico sarà servita a far riflettere sul valore civile e morale delle parole. Fa decisamente riflettere questa citazione ceronettiana del Talmud: «La vita e la morte sono in mano alla lingua».