Mussolini: altro che quote rosa e parità salariale, noi donne lavoriamo di più e meglio

Conciliazione: questa sconosciuta. Almeno in Italia, dove, giuridicamente, al di là di proclami e non indicative deroghe alla norma, è ancora una realtà rinnegata di fatto. Ancora una volta, allora, uno studio americano riportato dal Corriere della sera e redatto da una sociologa dell’università del Massachussetts, Michelle Buding, ci costringe a riflettere su quanto terreno dobbiamo ancora trebbiare e recuperare. In base all’indagine d’oltreoceano, infatti, se negli States la maternità non risulta ostacolare le carriere femminili, almeno a livello manageriale – anzi, addirittura, le working woman ai vertici aziendali in caso di fiocco rosa o blu vengono incentivate e premiate, al pari dei loro omologhi maschili – in Europa il vecchio continente è ancora un po’ vetusto in materia aggiornamenti socio-professionali. E l’Italia, poi, il solito fanalino di coda. In casa nostra, infatti, succede che, oltre a registrare un divario sulla retribuzione salariale tra uomini e donne, il Bel Paese risulta indurre le donne che lavorano ad abbandonare il campo in caso di nascita di figli. Questo, almento, l’andamento sociologico riscontrato dall’Istat in questi anni di crisi che hanno portato le neomamme – in media 1 su 4 – a lasciare le proprie occupazioni per tornare a fare le casalinghe a tempo pieno. Una scelta dettata dalla demotivazione e dalla convenienza economica, oltre che dall’opportunità familiare. Un dibattito, quello sul welfare attento alle necessità femminili, perennemente aperto e ancora lontano dall’essere tradotto e ottimizzato nella pratica. Ne abbiamo parlato con l’esponente azzurra Alessandra Mussolini, da sempre attenta sostenitrice delle battaglie civili a favore dei diritti delle donne

Cosa osta, fattivamente, il lavoro parlamentare sul welfare: un discorso ciclicamente interrotto?

Il fatto che non ci sono i fondi per affrontare una materia così articolata e delicata. E se non ci sono i soldi, non ci sono i servizi, e dunque non ci sono le basi per aiutare una famiglia ad affontare situazioni e costi che una nascita comporta, dall’assistenza neonatale all’estensione dei congedi parentali, e così via…

E, allora, che valore ha questo dibattito eternamente aperto sulla conciliazione?

A mio parere nullo: la conciliazione non esiste da noi, e non c’è perché non ci sono le condizioni perché possa esserci. Il massimo a cui possiamo far riferimento, normativamente parlando, è la concessione di un part time: ma siamo ancora nel novero delle «gentili concessioni».

Si parla tanto di Job’s Act: quali sono le resistenze che impediscono di colmare queste lacune in questo contesto?

Basti pensare che la prima iniziativa annunciata dal ministro Poletti, quella delle garanzie occupazionali riservate ai giovani, è stata anche la prima promessa disattesa. Un fallimento totale: le Regioni hanno preso i soldi, e tutto è finito prima ancora di cominciare. Perciò non mi venissero a parlare di Job’s Act…

Senza considerare che il lavoro che le donne svolgono in casa è un lavoro socialmente utile…

Ma guardi, contrariamente a quanto la vulgata vorrebbe far passare, anche da parte della sinistra c’è una grande resistenza a considerare diverso – anche solo concettualmente – il lavoro delle donne. Esiste, al momento, solo un’equiparazione a livello di retribuzione, ma per tutto il resto che concerne il riconoscimento del carico di lavoro e delle responsabilità implicite al lavoro di cura, che ancora oggi è quasi esclusivamente appannaggio delle donna, permane una sperequazione enorme: noi donne, impegnate sul doppio fronte del lavoro fuori e dentro le mura domestiche, siamo impegnate almeno quattro volte più dell’uomo. Quindi avremmo diritto, arrivo a dire, non alla parità salariale, ma alla superiorità.

Un’ultima domanda a proposito di diversificazioni: a che punto è il dibattito sulle quote rosa? Ed è giusto, secondo lei, parlare di un diritto fondato sul sesso e non sul merito?

Credo siano uno strumento diabolico, in qualche misura anche umiliante, per ottenere qualche risultatino: di fatto servono solo un minimo: spero che presto venga superato anche questo scoglio medievale. Anzi, di più: ritengo che le quote rosa siano semplicemente una «trappolona», le inseriscono quando non creano danno. Tanto è vero che, quando viene ridotta la quota maschile, già non funzionano più. Ora vedremo cosa succederà con la legge elettorale. Ma, molto semplicemente: se non mi metti al numero uno, non c’è quota…