I cultori di Ildegarda di Bingen si mobilitano su Fb: la Rai trasmetta il film sulla santa filosofa

Trasmettere sulla Rai e far circolare in Italia il film “Vision” di Margarethe Von Trotta, uscito nel 2009. Questo l’intento di case editrici (tra cui Il Cerchio di Rimini e le edizioni Penne e Papiri di Tuscania) e associazioni che – anche attraverso un gruppo su Facebook – stanno dando vita in tutta Italia ad una serie di appuntamenti (che si terranno in contemporanea il 4 ottobre) per far conoscere una delle figure femminili più rappresentative del Medioevo. Per quella giornata (i dettagli sulla pagina Fb “Ildegarda in italiano”) sono in programma conferenze e iniziative di gruppi di rievocazione storica unitamente alla proiezione di spezzoni del film sulla badessa che papa Ratzinger ha dichiarato dottore della Chiesa nel 2012.

Ildegarda visse nel XII secolo, periodo che fu – come ci ricorda lo storico Charles H. Haskins – cornice di una rinascita culturale fondata su una nuova stagione di studi filosofici e che vide la nascita delle famose università di Salerno, Bologna, Parigi, Montpellier e Oxford. Fu il secolo di Abelardo e dei grandi maestri di Chartres, delle prime cosmologie naturali scritte cercando un accordo del Timeo di Platone con la pagina della Bibbia.  Accanto alla speculazione filosofica si assiste allo sforzo di vivificare la tradizione monastica, in particolare con l’opera dei Cistercensi, e di contrastare l’espandersi dell’eresia catara, che con il suo radicale dualismo,  ponendo il regno della materia sotto il dominio di Satana, metteva in discussione la bontà della Creazione. Il neoplatonismo e la lotta contro i catari sono ben presenti nell’opera di Ildegarda, che fu filosofa oltre che mistica.

Era nata a  Bermersheim, nell’estate del 1098, da Ildeberto e Metilde, di cui conosciamo solo il nome e l’origine nobiliare.  L’esperienza delle visioni si manifestò molto presto: all’incirca all’età di cinque anni.  Come scrive il suo biografo, Goffredo di Rupertsberg, all’età di circa otto anni fu rinchiusa sul monte di San Disibodenberg,  “per essere sepolta con Cristo”, insieme a Giuditta, una santa donna dedicata a Dio, che le fu maestra “vestita d’umiltà e di innocenza”.  Più tardi fu affidata al monaco confessore Volmar, che le fu amico e assistente fino alla morte, e che la convinse a mettere per iscritto ciò che vedeva e udiva durante le sue ‘visioni’. Il reclusorio che aveva ospitato Giuditta e Ildegarda era diventato intanto  centro di attrazione spirituale per altre ragazze nobili del circondario, così quando Ildegarda ebbe l’età per prendere i voti (1113) la cella della reclusa era diventata un piccolo monastero benedettino, dipendente da quello di Disibodenberg, di cui la stessa Ildegarda divenne badessa nel 1136.

A partire dal 1141, e per dieci anni, Ildegarda lavora alla sua prima opera profetica, Scivias, (cioè Sci vias, Conosci le vie del Signore).  L’abate di Disibodenberg informò l’arcivescovo Enrico di Magonza dell’opera di Ildegarda e successivamente la notizia giunse alle orecchie di Papa Eugenio III che potè leggere parte dello Scivias durante il sinodo di Treviri, concedendo la sua approvazione.  Un fatto di carattere straordinario data la cautela con cui la Chiesa trattava le parole e le profezie dei visionari. In seguito Ildegarda si trasferì con le sue monache, non senza contrasti con i confratelli di Disibodenberg, a Rupertsberg, presso Bingen. Qui scrisse le opere medico-scientifiche che sopravvivono in forma frammentaria, come la Physica e il Causae et curae (Cause e rimedi). Nel 1151 affrontò con grande dolore la defezione della sua allieva prediletta, Riccarda von Stade. Tra il 1158 e il 1163 lavora al Liber vitae meritorum. Durante il primo decennio a Rupertsberg Ildegarda vede estendersi la sua fama oltre le mura del monastero, che diviene luogo di pellegrinaggio: lo testimonia la lettera scritta a Federico Barbarossa dopo la sua elezione. Tra il 1158 e il 1161 intraprese una serie di viaggi per predicare: circostanza che fa comprendere lo status privilegiato accordato a Ildegarda in quanto alle donne normalmente non era permessa la predicazione.  Nel 1163 iniziò la terza e più ambiziosa opera teologica, il Liber divinorum operum, che riprende temi cosmologici già indagati nello Scivias e che si presenta come un commento al Vangelo di Giovanni. La scrittura dell’opera fu completata nel 1174. Morì il 17 settembre 1179 dopo aver predetto alle monache la sua prossima fine.

Il prestigio di cui Ildegarda potè godere già in vita rappresentava per l’epoca un fatto eccezionale, in quanto le idee medievali sulla donna, anche nella cerchia colta dei teologi e dei filosofi, si ispiravano a quelle dei Padri della Chiesa insistenti sulla debolezza intrinseca della natura femminile, tendente alla sensibilità al contrario di quella maschile capace di elevarsi alla sapienza. La speciale infirmitas della donna giustificava, socialmente, la sua sottomissione all’uomo.

Eppure Ildegarda fu pienamente partecipe del clima culturale e religioso del suo tempo e riuscì ad accostarsi a pratiche riservate al mondo maschile (la riflessione teologica, la predicazione, il rito dell’esorcismo, lo scambio epistolare con eminenti personaggi a lei coevi) senza mai stancarsi di predicare la bellezza della Creazione e di insegnare alle sue monache che occorre affidarsi al Signore per sconfiggere la “tristezza” e l’ “accidia”, confidando nelle energie spirituali dell’uomo microcosmo, una delle immagini che accompagnano i suoi scritti e che è arrivata sino a noi come una delle più celebri raffigurazioni dell’età medievale.