Atreju ’14, irrompe la musica celtica. E i giovani rivivono il coraggio dei popoli che non si arrendono

«Ballare e cantare, anche questo è un modo per sognare e fare comunità. Balli ritmici, a gruppi o in coppia: un modo di condividere in allegria tradizioni e sensazioni». I giovani di Atreju vivono con ansia e curiosità questo momento musicale dal vivo con il gruppo The Shire, il clou di una giornata svoltasi all’insegna di  storia, cultura, economia,  lavoro, famiglia. Tra il Caffè letterario con Franco Cardini e il suo libro La scintilla ( Mondadori) sulla Grande Guerra, e i dibattiti politici densi di spunti, si fa strada un’atmosfera di attesa non comune tra i tanti ragazzi più o meno giovani, appassionati del genere tradizionale irlandese o semplici fruitori di nuova generazione. «Musica per sognare e fare comunità», ribadisce un ragazzo in mezzo a un gruppetto di coetanei. Sorprende questo legame con un filone musicale da sempre radicato nell’immaginario di chi sta destra, ma che col tempo si è imposto fino a diventare patrimonio dei cultori della buona musica tout court. Francesco Banesi, 30 anni, spiega questa passione che attraversa le generazioni con «la passione per la storia irlandese, per la sua lotta indipendentista, per la sua difesa delle tradizioni culturali e religiose» che da sempre fanno parte di una certa sensibilità culturale. Man mano che parla si forma un gruppetto di “adepti”. «Non c’è solo un interesse politico per la storia dei popoli e del loro diritto ad autodeterminarsi alla base dell’attrazione per la musica celtica», aggiunge Dario, uno dei ragazzi presenti a questo mini-dibattito improvvisato: «C’è la passione per la cultura della terra, per la natura, per le radici spirituali di un popolo, che queste melodie sono in gradi di evocare. Una religione “verde”, collegata ai boschi, alle sorgenti, alla natura, ai folletti. Tutto questo fa ancora leva nelle giovani menti che non vivono solo dell’«arido vero» suggeritoci dalle nostre performance economiche. La musica tradizionale celtica piace oggi in modo trasversale e a tutte le latitudini «per il suo modo di contrapporsi al materialismo. Mi piace la varietà delle proposte, dice Alessio: «Tra tanti filoni negli anni si è creata una grammatica musicale comune». I giovani citano Stivell come uno dei “numi” tutelari di questo genere musicale, «che  ha orientato la propria ricerca verso un filone strumentale volutamente arcaizzante di arpe e fiati, mentre un altro tipo di ricerca ricerca melodico- aristocratica non ha  disdegnato i flirt ritmici più spericolati con bassi, chitarre elettriche e batterie, secondo la moda rock degli anni Sessanta». Reminiscenze letterarie sì, ma soprattutto allegria: «Datemi un’arpa celtica, un pub e una Guiness ed ecco che lo stare insieme acquista un altro sapore», dicono i più “epicurei”.

C’è un cultore d’eccezione, Andrea De Priamo, che ci parla con passione di un legame che come pochi «unisce  musica, politica, mito e immaginario fantasy». Perché la musica celtica fornisce input e messaggi sempre vivi ieri come oggi? «Perché in Europa che sembra “nemica” dei popoli” e distante esiste un’altra Europa: quella delle cattedrali, dello spirito, della natura, della cultura che può mandare segnali di unione e di presa identitaria». Le sonorità del gruppo The Shire, proveranno a riproporre questo incantesimo. Tradizione celtica in una location come l’Isola Tiberina, che fa parte del mito profondo di Roma. Sì, c’è ancora bisogno di tutto questo.