Giovani missini degli anni ’70: in “Attivisti” di Pannullo la storia quotidiana di un vincolo politico (e mistico)

 Attivisti di Antonio Pannullo  (Edizioni Settimo Sigillo, www. libreriaeuropa.it, pp. 693, euro  39)  è un libro che mancava, un libro che ci voleva, ma che nessuno aveva avuto finora l’intuizione, la dedizione e la pazienza di realizzare. A nessuno era venuto in mente di setacciare il vissuto militante della destra, di raccogliere e pubblicare centinaia di vecchie foto, di iventariare ritagli di giornale, volantini, manifesti, di ascoltare miriadi di testimonianze e di storie, componendo poi un avvincente mosaico storiografico di quasi settecento pagine. A nessuno era venuto in mente di scrivere un voluminoso saggio storico-politico che raccontasse la destra, non dal lato del palco degli oratori o dei cronisti politici, ma da quello della piazza, dal lato di chi reggeva gli striscioni dopo averli pazientemente e amorevolmente realizzati, dal lato di chi portava con fierezza il fazzoletto con la fiamma, dal lato di chi arrivava in corteo cantando a squarciagola, dal lato di chi distribuiva volantini, di chi portava il megafono a tracolla, di chi aveva gli occhi umidi e il cuore che vibrava quando, alla fine del comizio, veniva diffuso dagli altoparlanti l’Inno a Roma,  dal lato, soprattutto,  di chi passava buona parte del proprio tempo libero in sezione, condividendo con il proprio gruppo l’entusiasmo dell’attività politica, ma condividendo anche i rischi e le disavventure che erano frequenti in una temperie livida e feroce.

Il nostro Pannullo questa idea bella e generosa l’ha avuta e poi attuata nel corso di alcuni anni di impegno certosino e appassionato. Solo uno della sua generazione, uno con la sua storia, poteva tuffarsi in una simile impresa. Anche Antonio è stato un attivista e ha vissuto direttamente e intensamente gli anni più ardenti e furiosi del Msi, gli anni Settanta (che poi costituiscono la sostanza del libro), anni funestati dall’infame e criminogeno slogan “uccidere un fascista non è reato”. L’autore ricostruisce  con serenità quella stagione, obbedendo con scrupolo al dovere della memoria, nell’idea, chiaramente espressa pagina dopo pagina, che quella memoria (e le sue cicatrici)  hanno sempre reso speciale il mondo della destra italiana , che s’è percepito come comunità umana prima ancora che come partito politico.  Vale la pena di aggiungere che la forza di quella comunità, almeno negli anni Settanta e per effetto della diffusa sensazione di accerchiamento, consisteva in una sorta di vincolo mistico, un sentimento parareligioso che andava al di là della politica stessa;  e che ha comunque permesso a quel mondo umano, non solo di mantenersi unito,  ma anche di trovare sempre lo slancio per rompere l’isolamento e per tentare di conquistare nuovi spazi nella società.

La forza del libro di Antonio non sta tanto nella narrazione dei fatti più noti e più tragici. Sta piuttosto nella raccolta minuziosa degli eventi quotidiani, quelli che solo il  Secolo registrava, ma che erano regolarmente ignorati dal resto della stampa. Nel tempo dell'”eskimo in redazione”, i giornali soprassedevano allegramente a tutti i casi (ed erano un numero impressionante) di molotov, bombe e ordigni vari che esplodevano davanti ai portoni delle sezioni del Msi, alle auto dei militanti danneggiate o incendiate, alle continue aggressioni che subivano i ragazzi del FdG davanti alle scuole o sotto casa,  alle incursioni dell’ultrasinistra nei bar frequentati dai ragazzi di destra, a tutte le volte che le sezioni missine venivano chiuse d’autorità dalla polizia con la solita scusa dei motivi di ordine pubblico.

Ai nostri giorni, tanto per fare un paragone, desta allarme e compare (giustamente) sulle prime pagine dei giornali la notizia  dell’esplosione nottetempo di qualche petardo davanti alla sede di un circolo del Pd o di altre forze politiche. Negli anni Settanta, se si fosse applicata anche solo un po’ di questa stessa, impeccabile regola giornalistica, le sezioni del Msi avrebbero conquistato quotidianamente la prima… C’è da rimanere impressionati a scorrere la cronologia del libro. E rimane impressionato anche chi, quegli eventi, li ha vissuti: lì per lì, all’epoca dei fatti, ci fai il callo, ma poi, scorrendo, dopo 35, 40 anni, l’infinita serie di quelle nefandezze, ti prende un colpo. La cronologia occupa l’intero primo volume del libro e riguarda prevalentemente i fatti accaduti a Roma (Attivisti è dedicato alla vita delle sezioni del Msi della capitale). Pannullo ha raccontato anche eventi finora sconosciuti, di cui è venuto a conoscenza parlando con chi ne fu vittima o testimone. Tutto, anche gli accadimenti  minimi, è raccontato, come ad esempio le scritte minacciose che comparivano sulle mura vicino alle sezioni.

Naturalmente, non si parla solo di aggressioni, violenze e intimidazioni, si parla diffusamente anche delle iniziative politiche, delle manifestazioni, dell’attività di propaganda.  Si parla insomma della vita quotidiana dei militanti. Ed è in particolare l’argomento del secondo volume, interamente dedicato alla storia delle sezioni romane. A ogni sede è riservato un capitolo. E anche qui è una miniera di informazioni, di storie, di testimonianze, un intreccio di racconti, di personaggi, di immagini, di passioni ideali e di ricchezza di cuore, tra difficoltà infinite e povertà di mezzi. Ne risulta una trama umana potente, che riemerge in tutta la sua carica vitale e nel suo sottile ordito di natura, come dicevo, “mistica”.

E’ riduttivo leggere questa autobiografia di una generazione, nei suoi anni più incandescenti, solo come la narrazione di un mondo che non c’è più. Attivisti non va letto con un senso di malinconia, come fosse il ricordo di un passato perduto e di passioni da lungo tempo spente. Poi, certo, rievocare i tempi della giovinezza provoca sempre un groppo alla gola, anche se non si può dire che sia stato un tempo sereno e anche se sarebbe stato meglio che, quella “piccola guerra civile sotterranea con i coetanei dell’altra parte” di cui parla Pannullo, non fossimo mai stati costretti a combatterla. Ma questo discorso può valere solo per la generazione dell’autore. E anche del recensore. Ai ragazzi di oggi tale malinconia non può e non deve appartenere. Personalmente, consiglio di leggere Attivisti con l’idea che la parola “passato”  non è sinonimo di cosa perduta o ibernata. Intendo dire che è perduto o inerte solo il passato che si fa semplice ricordo. Ma che non è invece perduto il passato che si fa memoria. Perché la memoria è identità. E l’identità è senso del cammino, del cammino nella storia, un cammino che continua, anche per i sentieri più imprevedibili, eretici, avventurosi.

Il libro di Antonio Pannullo è un libro importante, perché aiuta a riscoprire la bellezza delle origini, a ritrovare quel sentimento pulito della politica, quella generosità di cuore,  che rimangono  comunque il tratto caratteristico  della nostra generazione e che le delusioni, il disincanto, le diaspore degli anni più recenti non riusciranno mai a cancellare. Poi il “pensiero del mondo” , per dirla con Hegel, è come la nottola di Minerva, che si leva in volo sul far del crepuscolo, quando la “realtà è bell’e fatta”. Ma il crepuscolo è ancora lontano. La realtà è sempre in divenire. E quella generazione ha ancora più di qualcosa da dire e da fare. In Attivisti è narrato l’orgoglio dell’appartenenza missina. Oggi deve essere l’orgoglio della derivazione missina. E, di questi tempi, riuscire a riconquistare tale consapevolezza non sarebbe cosa da poco.