60 anni fa la legge truffa: il Parlamento diventò un ring. Così lo raccontava Gianna Preda…

Sessant’anni passati senza ancora trovare un sistema elettorale che accontenti gli elettori. Era il 21 gennaio del 1953 quando la Camera approvava la legge maggioritaria passata alla storia come “legge truffa” dopo una seduta di settanta ore con 339 voti contro 25. L’obiettivo, caldeggiato da De Gasperi, era quello di conservare il proporzionale garantendo allo stesso tempo stabilità governativa. Oggi, sei decenni dopo, siamo ancora al punto di partenza. La legge, presentata alla Camera dal famigerato ministro degli Interni Mario Scelba, prevedeva un consistente premio di maggioranza, il 65% dei seggi, al gruppo di liste che avesse raggiunto almeno la metà più uno dei voti validi. Pci e Psi, in particolare Togliatti, si scagliarono contro la norma e ci furono sedute tumultuose, come quella in cui si svolsero le votazioni sulla proposta di Oscar Luigi Scalfaro (Dc) per accelerare il ritmo della discussione. Nella rissa si scagliò di tutto: sedie, calamai e tagliacarte, i fratelli Paletta (Pci) usarono i braccioli delle sedie come arma di offesa, ma alla fine la proposta Scalfaro fu approvata. Alla legge si opposero personalità politiche illustri come Ferruccio Parri e gli ex presidenti del Consiglio Francesco Saverio Nitti e Vittorio Emanuele Orlando. Fu il socialdemocratico Piero Calamandrei a definire la legge come una “truffa”. Il 27 gennaio il provvedimento arrivò in Senato dove il presidente dell’aula, il liberale Giuseppe Paratore, ammonì De Gasperi a non fare ricorso al voto di fiducia che avrebbe conculcato le opposizioni. Alla fine Paratore si dimise dal suo incarico e al suo posto fu eletto Meuccio Ruini, già ministro delle Colonie nel gabinetto Nitti. La legge fu approvata anche al Senato il 29 marzo del 1953 dopo interminabili schermaglie e dopo una seduta di 77 ore e 50 minuti. Ottenne 174 voti favorevoli. Solo tre gli astenuti. Le opposizioni al momento del voto abbandonarono l’aula. Poco prima del voto finale si giunse di nuovo alle mani: il ministro Randolfo Pacciardi rimase lievemente ferito mentre il ministro Ugo La Malfa fu schiaffeggiato dal senatore Emilio Lussu. I senatori della sinistra (tra cui Umberto Terracini e Sandro Pertini) chiesero al presidente della Repubblica Einaudi di non promulgare la legge ma non furono esauditi.

Le turbolente sedute del Senato vennero così sintetizzate dai giornalisti di destra Gianna Preda e Mario Tedeschi: “Nei giorni della epica battaglia Ugo La Malfa è stato preso a sganassoni da Lussu; Meuccio Ruini, che ha sostituito il presidente Paratore dimissionario, è stato colpito da una tavoletta di legno divelta dalle iraconde mani del compagno Menotti; i senatori Angiolillo e Casadei sono stati malmenati e presi a calci nel sedere; il socialdemocratico Mazzoni, corso in aiuto della comunista Adele Bei, è stato da costei preso a sberle. In sintesi: centodieci senatori, in sessanta minuti di gazzarra, si sono resi responsabili dei seguenti reati: ingiuria, diffamazione, violenza privata, minacce, percosse, lesioni, tumulti, distruzione di pubblici documenti; istigazione a delinquere, vilipendio al governo, oltraggio al Parlamento e attentato contro gli organi costituzionali. Se invece di centodieci senatori si fosse trattato di centodieci cittadini qualunque, questi sarebbero stati condannati, complessivamente, a centociqnaunt’anni di galera”.

Le successive elezioni del 7 giugno 1953 non coronarono però il sogno di De Gasperi. La Dc e i partiti satelliti (Psdi, Pli, Pri, Partito sardo d’azione, Svp) si fermarono al 49.8%. Per 54.968 voti il premio di maggioranza andò in fumo. Un fallimento che sancì la fine dell’era De Gasperi. La legge truffa venne infine abrogata nel giugno del 1954 su proposta di Pietro Nenni.