Gli stiliaghi? Erano anticomunisti, meglio non parlarne

La loro forma di lotta contro il sistema comunista era strana, quasi improbabile, ma efficace: musica jazz o rock and roll, un ciuffo a banana, giacche a quadretti, calze a righe, camicie sgargianti per i ragazzi; trucco, pettinature eleaborate e abiti svolazzanti per le ragazze. Era una forma di ribellione nella vecchia Unione Sovietica, probabilmente l’unica possibile, bastava un rapido cambio di abiti e di calzini per farla franca. E loro, i giovani dissacranti, ci provavano a dire qualcosa a Leningrado o nella Mosca kruscioviana, tentando di sfuggire alla repressione. Venivano chiamati “stiliaghi” e costituirono la prima crepa all’interno del sistema sovietico che preoccupò parecchio la nomenklatura perché era una gioventù interessata agli stili di vita americani, con valori agli antipodi di quelli proclamati dalla gioventù comunista. Ebbene, a loro è dedicato il musical “Hipsters” di Valeri Todorovski, che verrà proiettato al cinema Farnese di Roma nell’ambito del VII Festival del cinema russo. Finalmente qualcuno che toglie un altro velo, raccontando pagine tenute per anni nascoste. Quei ragazzi non erano estremisti ma figli di medici, scrittori, diplomatici e riuscirono a toccare il cuore della gran massa della popolazione russa. Il “potere” tentò di ridicolizzarli («oggi il jazz suona e fa, domani la patria tradirà», uno degli slogan coniati contro di loro) e andò giù in modo anche pesante, con ronde anti-stiliaghi ed espulsioni dai corsi di studio. Il musical ha spopolato (non a caso) in Russia. In Italia ne hanno parlato pochissimo: i giornali erano troppo impegnati a raccontare delle Pussy Riot. Perché i loro “show” sono anti-Putin. Quindi politicamente corretti.