Con Abe il Giappone svolta a destra

Il Giappone svolta a destra in nome della ripresa dell’impegno nucleare (tutto il contrario dell’Italia) e torna sotto il controllo dei Liberaldemocratici di Shinzo Abe, archiviando dopo tre anni e quattro mesi l’esperienza al governo dei Democratici (Minshuto o DpJ) che incassano una delle peggiori sconfitte dalla fondazione, conservando solo un sesto circa degli oltre 310 seggi conquistati nel 2009. «La vittoria è la prova del fallimento dei Democratici», ha commentato Abe, convinto sostenitore della difesa territoriale anche con modifiche da apportare alla Costituzione pacifista, favorevole alle politiche energetiche nucleari e fautore di una politica di allentamento monetario senza limiti per battere la deflazione.
I Liberaldemocratici (Ldp o Jiminto), dunque, si sono presi la rivincita sui Democratici più che raddoppiando i seggi e sfiorando quota 300 sui 480 della potente Camera Bassa, a fronte del tracollo dei rivali, precipitati sotto quota 60, con bocciature clamorose come quella dell’ex premier Naoto Kan. Il Jiminto, insieme alla trentina di deputati dell’alleato tradizionale New Komeito (partito buddista conservatore), sale alla maggioranza dei due terzi gettando le basi per rivedere la Costituzione imposta dagli Usa nel 1947 e scavalcare gli ostacoli all’azione di governo da parte della Camera Alta, dove non c’è una maggioranza ben definita. Il premier Yoshihiko Noda, che aveva puntato tutto sul risanamento dei conti e il varo del raddoppio dell’Iva dall’attuale 5% al 10% nel 2015 per ristrutturare le spese di welfare e social security, ha ammesso la sconfitta («è un risultato molto severo, ma è il giudizio del popolo giapponese») e annunciato le dimissioni da presidente del DpJ. Il voto ha visto l’affermazione di due nuove formazioni politiche vicine anch’esse alla destra: il Partito della Restaurazione giapponese dell’ex governatore di Tokio, il nazionalista Shintaro Ishihara, ha ottenuto 54 seggi, mentre il Partito del Domani Giapponese, formazione antinuclearista della governatrice di Shiga, Yukiko Kada, ha ottenuto nove seggi.
Le speranze nate ad agosto 2009 con il “change” lanciato dal Minshuto di Yukio Hatoyama, mutuato sull’onda del successo di Barack Obama alla Casa Bianca, sono progressivamente naufragate: i Democratici, come i Liberaldemocratici, hanno espresso tre premier in altrettanti anni (Hatoyama, Kan e Noda), tra lotte intestine, scontri, scissioni e mancate promesse elettorali, aggravate dalla gestione a volte contraddittoria come nel caso della doppia recessione e, soprattutto, del devastante sisma/tsunami dell’11 marzo 2011, all’origine della grave crisi nucleare di Fukushima, la peggiore da quella di Cernobyl. Le incertezze sulle politiche energetiche – con il proposito di abbandonare il nucleare entro il 2040, poi modificato e infine riesumato in campagna elettorale – ha portato disorientamento, al punto che il Jiminto, favorevole all’atomo a uso civile, ha fatto quasi il pieno addirittura nei collegi uninominali della prefettura di Fukushima.
Abe si è mostrato molto prudente, anche considerando il crollo del 10% dei votanti, al 59%, rispetto alle elezioni di tre anni fa: «Le proiezioni a nostro favore – ha detto – non significano che l’Ldp è stato in grado di ripristinare la fiducia dei cittadini al 100 per cento. Lavoreremo sodo per essere all’altezza delle aspettative della gente».
Il conservatore Shinzo Abe, tornando alla guida del Giappone col suo partito Liberaldemocratico, ha piazzato il penultimo tassello della girandola di elezioni e cambi di guardia del 2012, che ha coinvolto Usa, Russia, Cina e Taiwan. In attesa dell’ultimo pezzo, le elezioni presidenziali in Corea del Sud, la presa del potere di Abe ha creato timori nell’area a causa dei propositi annunciati dal premier in pectore in campagna elettorale e dopo l’ampia vittoria: l’atteggiamento anti-Cina, la volontà di rivedere alcune posizioni del periodo bellico (come la questione delle “donne di conforto” coreane, le “schiave sessuali” dell’esercito nipponico, duramente criticata da Seul) e la modifica della Costituzione pacifista in funzione del rafforzamento del potere militare del Sol Levante. Il Giappone – ha esordito Abe in una delle prime interviste a risultato elettorale chiaro – «dovrà ricostruire le relazioni con gli Usa», rovinate nei tre anni di governo dei Democratici, e a tal proposito conta di recarsi a gennaio 2013 a Washington per un primo faccia a faccia con Barack Obama, per nulla interessato a far salire la tensione in un’area già scossa dalle ambizioni militari di Pyongyang. Un passaggio fondamentale per sviluppare i rapporti con Cina e Corea del Nord e calibrare le risposte alle provocazioni come nel caso della recente incursione aerea cinese sulle isole Senkaku/Diaoyu («sono territorio nipponico», ha ribadito Abe) e del lancio del razzo/missile del 12 dicembre di Pyongyang. Abe ha assicurato di non avere intenzione di peggiorare le relazioni con Pechino che, a sua volta, attraverso un editoriale diffuso dall’agenzia ufficiale Xinhua, ha messo in guardia dai rischi di «ulteriori politiche conflittuali». Un Giappone «debole economicamente e arrabbiato politicamente non farà male solo al Paese, ma colpirà anche la regione e il mondo nel suo insieme. Il Giappone, che ha portato gravi danni e devastazione in altri Paesi asiatici durante la Seconda guerra mondiale, aumenterà altri sospetti tra i suoi vicini, se la politica attuale conservatrice non sarà fermata in tempo».