Fatwa di Grillo contro il “ribelle” Biolè

Mai criticare il capo, soprattutto se si chiama Beppe Grillo. Si rischia l’espulsione. Il Movimento 5 Stelle è attraversato ogni giorno da nuove tensioni a causa delle decisioni, non sempre condivise dalla base, di Beppe Grillo. Il fondatore del Movimento, infatti, impone regole, vieta il dibattito interno e ripudia chi ha l’ardire di non pensarla come lui. Come dimostra l’ultimo caso del consigliere regionale piemontese M5S, Fabrizio Biolè, espluso ieri ufficialmente per l’incandidabilità alle regionali: era stato consigliere comunale a Gaiola, nel cuneese, per due mandati. E quindi ha violato il non-statuto, che prevede alcune regole fondamentali. Come stabilito da Grillo, infatti, non ci si può candidare per più di due mandati. In realtà sulla scelta peserebbe la presa di distanza dalla battuta di Grillo sul punto “g” televisivo. Sul profilo Facebook di Biolè, annerito a lutto dopo che l’avvocato di Grillo gli ha comunicato la notizia, alcuni sostenitori ricordano come i precedenti da consigliere comunale di Biolè fossero noti sia a Grillo sia ai seguaci del Movimento al momento della sua candidatura. All’epoca mancavano candidati nel cuneese e l’M5S aveva optato per una tacita deroga. I motivi veri, dice qualcuno, sarebbero legati all’avere criticato Grillo per le sue frasi sul punto “g” della dissidente Federica Salsi.
«Trovo degradante e irrispettoso – aveva dichiarato Biolè a Repubblica il 4 novembre, commentando l’uscita di Grillo sul punto “g” – l’aver traslato la critica dal piano di merito a quello di attacco machista». Ieri l’espulsione.
Ma non sempre le decisioni verticistiche di Grillo trovano consenso nella base. Domenica, per esempio, gli attivisti del Movimento 5 Stelle dell’Emilia-Romagna si sono dati appuntamento a Bologna per parlare del loro futuro tra democrazia diretta, modalità di partecipazione alle prossime elezioni politiche, modo di costruzione del programma. A convocarla, come avevano spiegato in una nota qualche giorno fa, non era stata nessuna «figura in particolare» anche se nella sala era facile notare i volti di uno degli “epurati-simbolo” del Movimento in Emilia-Romagna e non solo: Valentino Tavolazzi, consigliere della lista civica “Progetto per Ferrara”, fatto fuori (ovvero, privato dell’utilizzo del simbolo registrato dei 5 Stelle) con un post sul blog nel marzo scorso. Sulla sua partecipazione all’incontro è stata svolta un’apposita votazione online e il sì alla sua presenza ha superato l’80%. Segno ulteriore di come gran parte della base, in questa regione, metta in discussione le ingerenze del duo Grillo-Casaleggio. La settimana scorsa era toccato al consigliere regionale Giovanni Favia, raccogliere a Piacenza il “reale” apprezzamento degli attivisti, nel primo degli incontri semestrali con i quali gli eletti chiedono la riconferma: per lui 78 voti a favori e 3 contrari. Un voto bulgaro che ha sconfessato le decisioni del capo. Favia era atteso anche all’incontro a Bologna. Ma non si è presentato, forse proprio per non alimentare ulteriori polemiche dopo il caso Salsi. Sullo sfondo dell’incontro di domenica, un rumor circa un nuovo affondo contro un eletto anticipato dal quotidiano Pubblico: il bersaglio sarebbe la consigliera comunale di Forlì Raffaella Perini. «Ma finché non c’è il ps (il post scriptum con cui sul blog beppegrillo.it sono stati in passato censurati altri eletti ndr) non è ufficiale, fin qui è stato così», ha detto un attivista a margine dell’incontro. Molti presenti hanno confermato che un caso Emilia-Romagna esiste. Qui si vedono alcuni dei limiti delle regole date, ad esempio, per la candidabilità (possibile solo per i non eletti a precedenti elezioni). Beppe Grillo intanto, sul suo blog, rispondeva agli attacchi per la sua frase «maschilista» contro Federica Salsi: il leader del movimento ha rivendicato il diritto di esprimersi con un linguaggio non conformista e ha bollato i critici come «neopuritani». Ma dall’Emilia è arrivato a Grillo un segnale preciso: «Attento. Non si accettano dicktat».