Il Pdl dice no al bombardamento fiscale

«No al bombardamento fiscale». È un Angelino Alfano molto tonico quello che, riuniti i giornalisti a via dell’Umiltà, illustra le proposte pidielline di modifica alla legge di stabilità. «Vogliamo che gli italiani abbiano chiara la rotta che è quella della ripresa economica. Le risorse devono essere impiegate a favore della crescita. Siamo per i tagli alla spesa pubblica e per l’abbattimento del debito». Reduce dall’incontro di martedì sera con Mario Monti insieme con il Cavaliere (che ieri ha ufficializzato la sua non ricandidatura a Palazzo Chigi), il segretario del Pdl rilancia l’iniziativa e conferma il giudizio critico sulla manovra che ha già creato allarme nei cittadini e che, come nel caso dell’aumento dell’Iva, rischia di congelare la ripresa economica.
L’«abominevole» taglio delle detrazioni, altro nodo contestatissimo della legge di stabilità, dice, «è un vero tradimento del patto con i cittadini». L’altolà al premier, che ieri ha incontrato anche Pier Luigi Bersani, è un chiaro segnale di ripresa di iniziativa politica e di protagonismo del centrodestra che dimostra l’intenzione di uscire dal cul de sac delle fibrillazioni interne, delle polemiche sul simbolo e sul nome, dei veleni e delle contromosse all’insegna del tatticismo elettorale. Alfano è  deciso a liberarsi di qualsiasi tutoraggio e intende dare un contributo di contenuti alternativi alla politica di esclusivo rigore di Palazzo Chigi. Sono due le proposte principali sottoposte a Monti, al quale il Pdl conferma il sostegno leale fino alla scadenza della legislatura, un fondo per le famiglie e uno per le imprese.

Non abbaiamo alla luna
«L’obiettivo – spiega Alfano – è giungere progressivamente alla riduzione fiscale e alla possibilità di togliere l’Imu sulla prima casa. Per le imprese invece è l’abbattimento dell’Irap». L’ex Guardasigilli chiede inoltre che «venga scongelata» la proposta Giavazzi, quella cioè di togliere gli incentivi e trasformarli in riduzione delle tasse». Idee che, magari opportunamente corrette, potrebbero essere recepite dal presidente del Consiglio. «Monti ha ascoltato con grande interesse le nostre proposte. Il nostro obiettivo è che i saldi restino invariati per cui non “abbaiamo alla luna” dicendo solo che le tasse devono essere abbassate, ma ci impegnano per trovare strade alternative per reperire i soldi necessari». Renato Brunetta, relatore della legge di stabilità a Montecitorio, spiega che «questo provvedimento non diminuisce la pressione fiscale come dice Grilli», e che «la crescita non si fa per decreto ma con riforme strutturali. E noi abbiamo il compito di collocare la legge di stabilità nella prospettiva dello sviluppo».

Il pressing del Pd
Stesso pressing alla manovra arriva al premier tecnico dal Partito democratico. All’uscita dall’incontro con Monti Bersani si mostra ottimista sull’introduzione di alcune  modifiche alla legge, «mantenendo gli stessi saldi». «Monti mi è parso disponibile. Certo il governo è affezionato ai saldi e vuole dare qualche segnale sul cuneo fiscale, ma nel dialogo con le forze politiche si troveranno le soluzione più plausibili perché qualche difetto c’è». Naturalmente non sa resistere alla tentazione di gettare le responsabilità “retroattive” sul governo Berlusconi («questo esecutivo, va ricordato, sta cercando di rimediare ad impegni presi da altri. Non è semplice per nessuno»). Parola d’ordine: non tartassare il ceto medio e basso rivedendo l’abolizione delle detrazioni, escludere dai sacrifici i professori in rivolta per l’aumento di ore di insegnamento senza adeguato aumento degli stipendi.

Le strigliate di Brunetta
«Sulla scuola, è già troppo colpita, bisogna fermarsi a ragionare in seguito su una riforma fatta bene. Il giro fiscale – spiega Bersani –  poi per noi deve andare a beneficio dei ceti medi e popolari e vanno valutate ipotesi di correzioni a partire dall’abolizione di alcune detrazioni». Su enti locali e sanità il Pd è favorevole a misure per ridurre i costi della politica ma non a norme che limitano l’impianto delle autonomie.
Prima del leader del Pd (accusato ieri da Vendola di essere il campione del “vorrei ma non posso”) è stato Renato Brunetta a non escludere esiti positivi alla trattativa con il governo. Parlando della possibilità di trovare un accordo con il partito di Bersani, l’ex ministro non esclude passi in avanti, «ci stiamo lavorando insieme anche se un tema come il pareggio di bilancio crea ai Democratici qualche mal di pancia. Tutti conoscono le proposte dell’amico Fassina di spostare il pareggio di bilancio al 2014». Di sicuro qualcosa il ministro Grilli dovrà rivedere, bocciato com’è da più fronti, compresa la Corte dei Conti. Alla maggioranza, con accenti diversi, non va la pericolosa accoppiata di Iva e Irpef che rischia di penalizzare le fasce più deboli del Paese.

L’affondo di Napolitano
Di fronte al fuoco amico della maggioranza, Monti più di sempre può contare sul sostegno del Colle. «Stiamo facendo la nostra parte e siamo intenzionati a farla ancora: sono state adottate scelte severe e sacrifici che erano necessari per un cambiamento rispetto a una fase precedente dove si era accumulato troppo debito pubblico». Parole di Giorgio Napolitano che lancia una nuova ciambella di salvataggio al premier tecnico invitando alla pazienza per il bene nazionale. E, soprattutto, lascia intendere di investire sull’eventualità di un Monti-bis.  «Un governo stabile – rimarca il capo dello Stato – è anche il risultato di scelte e accordi politici e mi auguro che non manchi questo senso di responsabilità nell’Italia post-elettorale». Un chiaro appello ai partiti a proseguire, anche dopo il voto di primavera, sulla scia del rigore e della sobrietà montiana. Parole che non sono sfuggite a Sandro Bondi che replica con una certa preoccupazione. «Se fosse accettato l’impianto di Monti e di Napolitano, tutti i governi sarebbero governi tecnici, incaricati di sbrigare gli affari correnti secondo delle regole immodificabili dettate da un organismo lontano, burocratico e scarsamente democratico». Un’altra moral suasion dell’inquilino del Colle, che nelle ultime settimane si fa notare per particolare attivismo. Sia il presidente del Consiglio Monti che il presidente della Repubblica Napolitano danno per scontato che chiunque verrà indicato dagli elettori a governare l’Italia dopo le prossime elezioni «dovrà agire all’interno di confini immodificabili, fissati e concordati a livello europeo. Che la scelta europeista vincoli anche l’Italia a onorare con coerenza gli impegni assunti è fuori di discussione – conclude Bondi –  ma è altrettanto inconfutabile che certe regole siano considerate sbagliate e pericolose per la stabilità dei regimi democratici e per il futuro stesso dell’Unione europea, e possano perciò essere ridiscusse secondo un indispensabile spirito democratico anche a livello europeo».