Caso Sallusti, ma che razza di democrazia

Primo grado e secondo grado, nessuna voce di solidarietà. Appena la Cassazione ha confermato la condanna per Sallusti, con i suoi quattordici mesi di carcere per un reato di penna, persino i suoi peggiori detrattori si sono resi conto che il caso era grave: un giornalista, in Italia, stava per finire in galera. E Sallusti domani sarebbe diventato un martire della libertà. Quindi, con gran ritardo, sono giunte unanimi le voci di dissenso per la condanna. C’è persino chi ha proposto di lasciare, per solidarietà, “degli spazi bianchi”, cosa che sembra tanto un modo per evitare di scrivere e firmare appelli a favore di un “nemico”. E sì, perché, indubbiamente, per l’aristocrazia giornalistica italiana, tutta privilegi e politically correct, Sallusti è un agente del Male. Difficile non fare paragoni tra la tardiva mobilitazione odierna e la “gioiosa macchina da guerra” messa in moto con manifestazioni di piazza, appelli internazionali e denunce ad Amnesty international ogni qualvolta si è tentato responsabilmente di mettere un freno alla pubblicazione illecita di stralci di conversazioni telefoniche illegalmente acquisite. In quel caso si è parlato e si parla ancora di “legge bavaglio”. Insomma, la situazione è chiara: come al solito, due pesi e due misure. E Sallusti è un direttore scomodo.