Legge elettorale, il porcellum resiste

Sulla legge elettorale si tratta a ritmo serrato, ma senza che dal cilindro escano le nuove norme destinate a superare il porcellum. Il Pdl non recede dalla posizione ormai assunta: sì al presidenzialismo e alle preferenze, e chiede ai cittadini una firma per questo obiettivo con una mobilitazione che ieri si è svolta al Pantheon. Al gazebo allestito nella centrale piazza capitolina è arrivato anche Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera, che ha commentato così lo stato della trattativa sulle legge elettorale: «Il ‘provincellum’ sarebbe una lotta fratricida all’interno dello stesso partito perché si andrebbe ad innescare un meccanismo infernale, così come già avvenuto nelle elezioni comunali».  «La riforma – ha annunciato Cicchitto – deve avvenire il più presto possibile, ma questo non vuole dire che correremo accettando le proposte di Bersani. Le elezioni anticipate sarebbero più una fuga, perché non è la legge elettorale la ricetta per risollevare il paese dalla crisi. Quando Berlusconi fece un passo indietro si disse che con le elezioni per l’Italia ci sarebbe stato il rischio di default. Ora siamo ugualmente in fase di recessione, nonostante i tentativi vani di abbattere il debito interno. Il default – conclude – deriva da un problema del meccanismo europeo e a questo il governo deve provvedere subito». E ieri sera si è svolta a piazza San Giovanni la manifestazione per invocare le primarie, promossa da Andrea Augello e Gianni Alemanno.
Pier Ferdinando Casini, per superare lo stallo, propone di riesumare i vertici ABC, con Alfano e Bersani. Il Quirinale vigila e chiede di fare presto. L’auspicio di tutti è di fare in fretta ma l’intesa non arriva. Ieri si è fatto solo un piccolo passo avanti, raggiungendo tra i partiti che costituiscono l’attuale maggioranza un accordo di massima su uno sbarramento al 6 per cento. Particolare che ha mandato Di Pietro su tutte le furie. Il leader Idv ha accusato Pd e Pdl di voler fare accordi poco trasparenti, escludendo la stessa Idv, Sel e i 5 Stelle, i cosiddetti “non allineati” ai quali ha chiesto di fare fronte comune. Quindi ha invocato un’intesa trasparente, in aula, e si è appellato a Napolitano affinché si faccia garante di una partita che può diventare rischiosa per i “piccoli”. Enrico Letta gli ha risposto piuttosto seccato: «L’annuncio da parte di Di Pietro di un accordo sulla legge elettorale non ha fondamento. Il Pd sta lavorando con determinazione perché si giunga al superamento del porcellum, anche se incontra notevoli resistenze e difficoltà. Sarebbe bene che su un tema così importante per il futuro dell’Italia si evitassero strumentalizzazioni o tentativi di fare campagne per lanciare proposte populiste». «L’on. Di Pietro – ha aggiunto Letta – sa bene che la riforma elettorale si fa in Parlamento, e non potrebbe essere altrimenti. Creare difficoltà e polveroni serve solo a rendere più forte l’opzione di coloro che il porcellum lo vogliono mantenere in vita». Anche Gateano Quagliariello, da parte del Pdl, si è affrettato a smentire: «Non c’è nessun accordo, lo smentisco. E comunque, se ci fosse, non verrebbe comunicato dal leader dell’Idv tramite agenzie». Quindi ha ipotizzato una tabella di marcia: «Spero si possa raggiungere un accordo altrimenti si arrivi ad un testo comune con alcune differenziazioni. Se non si arriva ad un’intesa il comitato ristretto potrebbe elaborare un testo con dei distinguo che poi andrebbe all’esame della commissione Affari Costituzionali per arrivare ad un testo base. Senza fare forzature o drammi. Mi sembra che sia la strada indicata dal presidente della Repubblica e credo sia saggio seguire i suoi consigli». E Ignazio La Russa chiede intanto a gran voce che la stessa celerità sia applicata alla riforma presidenzialista: «Se, come qualcuno chiede, il Senato rinuncia alle vacanze allo scopo di licenziare in fretta la riforma elettorale allora potrebbe farlo anche la Camera a patto che all’odg vi sia l’abbassamento del numero dei parlamentari e l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Così verrebbe sconfitto anche il malcelato tentativo di boicottare la riforma facendo di fatto una sorta di ostruzionismo».
Il presidente della Camera Gianfranco Fini, alla cerimonia del Ventaglio, è tornato sulla necessità di scrivere regole condivise sul sistema di voto, evitando la corsa a piantare ciascuno la propria bandierina: «Se non si fa la legge elettorale il discredito sui partiti e sulla politica sarà talmente forte da determinare consenguenze alle urne. Non c’è un nesso tra la riforma elettorale e la fine della legislatura  – ha chiarito il presidente della Camera – c’è una opportunità politica, forte, e il dovere istituzionale di terminare la legislatura dopo aver dato vita a una nuova legge elettorale. Si può andare a votare anche con questa legge elettorale, ma sarebbe una iattura».
A nessuno sfugge, infine, che l’eventuale intesa sulla legge elettorale sarà anche il banco di prova per un futuro governo di coesione nazionale perché in mancanza di un accordo e con i partiti arroccati sulle proprie posizioni sarà difficile poi sostenere la necessità di larghe intese per fronteggiare l’emergenza. Il futuro dell’agenda Monti è sterttamente legato alla possibilità che si archivi o meno il porcellum.