Il giorno della paura nei Palazzi senza più potere

“Senza pensieri-infinito” è la tariffa telefonica agevolata che il leghista Alberto Torazzi chiede di attivare all’impiegata dell’ufficio postale della Camera, forse per esorcizzare l’incubo del default su cui poco prima si era espresso in aula, con un’angosciante metafora ortopedico-geologica: «Non è vero, come dice il professor Monti, che abbiamo un cratere che ci insegue, perché i crateri non hanno le gambe!».
Ore 11. È solo l’alba di una giornata nera per i Palazzi del potere che fu, con i politici ostaggio dei tecnici e impotenti come non mai mentre il mondo, fuori, decide i destini degli italiani già strizzati a dovere dalle manovre salva-magari-Italia. Sui telefonini dei pochi deputati che assistono al dibattito sulla surreale fiducia al decreto Sviluppo rimbalzano le cifre dello spread, all’esterno gruppetti di parlamentari si scambiano frustrazioni, fino al momento del voto blindato su un decreto in cui sembra non credere neanche il ministro proponente, Corrado Passera. Mentre i mercati crollano, in un angolo l’ex banchiere invita tutti all’ottimismo e per un attimo si materializza il fantasma di Giovanni Rana che impasta tortellini, confuso e felice. Ma la vita continua, alla Merkel si risponde magari con una bella legge elettorale. Ecco perché nel giorno dello spread più alto dai tempi di Berlusconi, nei corridoi di Montecitorio si vivono flash back surreali: Casini che cincischia con Saverio Romano, Bersani che convoca una conferenza stampa per parlare di semipresidenzialismo e ne approfitta, così, per caso, per lanciare l’allarme rosso alle istituzioni sui pericoli della crisi, come fosse un dettaglio. Poi c’è Fioroni che organizza incontri con Verdini e Fitto sulla legge elettorale, la Carfagna che legge giornali economici sotto al gazebo, Brunetta che se la ride con i grafici sullo spread tra le mani, Maria Rosaria Rossi che esce a fumare sotto lo sguardo di colleghi che la seguono con gli occhi non per il decolléte, ma nel tentativo di capire Berlusconi cosa pensi di tutto ciò: per esempio, cosa pensi di voti e voti di fiducia inanellati come macchine da guerra per ritornare ai tassi di novembre, quando almeno si stava al governo. Ma sono tanti i parlamentari del Pdl che si chiedono anche che senso abbia discutere in aula degli incentivi alle auto elettriche mentre Pomigliano e Mirafiori vacillano e non si vende più manco una bicicletta.
Cosa pensi il ministro per i Rapporti col Parlamento, Piero Giarda, è impossibile saperlo. Ma la sua presenza alla Camera durante il voto-camomilla sul decreto Sviluppo – mentre al Senato si battagliava sui singoli emendamenti della spending review – la dice lunga sullo spaesamento del professore, ex tagliatore dimissionato da Monti e commissariato da Bondi. Qualche ora dopo ritroveremo Giarda a Palazzo Madama a discutere, udite udite, di spending review. Con i lobbisti, però, mica con i colleghi, da vero snob. Nell’ordinario giorno di panico vissuto ieri, intanto, alla Camera la maggioranza trasversale concede la fiducia al governo con un margine più ampio degli ultimi tempi, 475  voti favorevoli, 80 contrari e 9 astenuti. Un gesto primordiale, liberatorio, quasi voodoo.
Il trasferimento al Senato, in tarda mattinata, avviene in coincidenza con un leggero calo dello spread ma il clima che si respira da quelle parti è ancora più teso che a Montecitorio. All’esterno c’è un uomo che gesticola ad alta voce, si infervora, affronta la telecamera con lo sguardo torvo: è Elio Lannutti, senatore dell’Idv in rotta con Di Pietro, ma soprattutto leader storico delle associazioni di consumatori. Tuona contro l’ipotesi di un taglio delle tredicesime, attacca il governo, le agenzie di rating, i tagli della spending review, pontifica perfino sul calo della vendita delle calzature durante i saldi, che giudica una pericolosa spìa di crisi delle famiglie italiane. Qui al Senato si discute il decreto “spending”, su cui i parlamentari si giocano le poche possibilità di poter incidere sul proprio collegio, difendendo campanili e ospedali dalla mannaia di Monti. «Sembrano gli ultimi giorni di Pompei, mentre noi cerchiamo di salvare una provincia, stiamo perdendo il Paese. E ognuno di noi cerca di incassare qualcosa, prima che sia troppo tardi», spiega un senatore che esce dalla Commissione Bilancio e viene immediatamente abbordato da una lobbista in minigonna. Neanche le transenne servono ad arginare l’assalto dei professionisti dell’interesse particolare, che cingono d’assedio perfino il povero, e impotente, “dumbo” Giarda. Alla buvette ci si scambia emendamenti e depressioni, con masticazione bipartisan di arachidi e noccioline. Il senatore del Pdl Giuseppe Esposito, meridionale doc con interessi nel campo dell’imprenditoria, incrocia lo sguardo del leghista Castelli e si dichiara molto allarmato «ma per la situazione al nord, perché noi siamo abituati a fare la fame, ma lì può accadere di tutto, troppa gente ha perso il lavoro…». Si avvicina Rutelli, che sembra più interessato alle audizioni del Copasir che alla crisi, ma forse è solo un’impressione. Come quella che si avverte spostandosi verso le finestre. Un rumore di fondo si avvicina sempre più acuto, opprimente. Le trombette che urlano all’esterno sono quelle dei dipendenti pubblici e dei lavoratori in mobilità che stazionano all’esterno di Palazzo Madama. Un presidio agguerrito che fa invidia a quello dei lobbisti all’esterno della Commissione Bilancio, accampati ma quasi rassegnati all’idea che quei politici a cui suggerivano modifiche stavolta, nel bene o nel male, possono decidere poco o nulla.
Su tutto vigila il sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo, che si aggira tra i corridoi solo, lo sguardo un po’ assente, come se rimuginasse su qualcosa. Poi con uno scatto felino infila la scala, il portone, l’edicola, compra un giornale, lo sfoglia con ansia, arriva alla pagina che qualcuno gli aveva evidentemente segnalato e legge avidamente. C’è un articolo che parla di una banca. Chissà che c’entra con la spending review?