Amorali contro bigotte: delude il neofemminismo

Due giornaliste in lite e una ennesima divisione nella kultur femminista: le moraliste e le amorali. A nome delle prime prende la parola Marina Terragni, che da poco ha stampato un bel libro, Un gioco da ragazze, molto post-ideologico e finalmente rivolto a un pubblico femminile vasto. A nome delle seconde parla invece Angela Azzaro, vicedirettore del settimanale Gli Altri. La querelle parte dalla candidatura di Lorella Zanardo, autrice del famoso documentario Il corpo delle donne, al cda Rai. Nome gradito a Terragni ma non ad Azzaro, per la quale quelle di “Se non ora quando” sono tutte bigotte e sessuofobe. Di qui il suo giudizio tranchant: se Zanardo va alla Rai bisognerà mettersi il burqa e «smettere di scopare». Terragni su twitter replica accusando Azzaro di volersi creare un personaggino sulla (splendida) pelle di altre, in questo caso Lorella Zanardo. Inutile dire che le due non sono neanche d’accordo su Belen e le sue forme mozzafiato. Una non le vorrebbe vedere in prima serata (Terragni), l’altra invece trova l’esibizione molto libertaria (Azzaro). Poi, la lite entra in una dimensione un po’ meno da ballatoio con le rispettive posizioni così espresse. Terragni: «Ora avrei una notizia: anche noi moralite ce la spassiamo. Almeno alcune di noi non sono affatto male, o lo sono state, le occasioni non sono mancate. E forse è proprio per il fatto che ce la spassiamo o ce la siamo spassata, che non ci viene poi tutta questa voglia di vedere sesso mentre diamo la pappa ai bambini e di dire e parlare di sesso. A riprova della nota legge “meno lo fai e più ne parli”. O anche a conferma dell’intuizione di Foucault, secondo il quale non esiste la sessualità, esistono i corpi e i piaceri, i quali non richiedono necessariamente di essere detti». Azzaro: «È forse questa la nuova frontiera della divisione tra donne? Dopo quella tra donne perbene e donne permale una nuova contrapposizione. Che come quella originale tra sante e puttane serve soprattutto a fare una cosa: a inibire la diversità e il diritto di critica».
Certo lo spettacolo di questo avvitamento sui godimenti privati non è granché: magari i dibattiti “di genere” potrebbero prendere altro indirizzo in tempi in cui la crisi attenta soprattutto alle fragili garanzie sociali delle donne. Ma valeva comunque la pena di considerare quanto diventa astruso, incomprensibile e lontano dalla realtà il dibattito tra femministe quando volontariamente si trasforma in qualcosa di autoreferenziale al punto che viene da pensare che le femministe vere siano quelle che per autodifesa si tengono distanti da questo tipo di ciarle. Un femminismo anche un po’ arretrato se deve stare a considerare la nudità di Belen in prima serata e quanto essa sia liberatoria quando oggi a tutti basta un clic per godersi spettacolini hard al riparo da accesi dibattiti sulla reificazione del corpo femminile e senza l’onere di doversi schierare su impegnative frontiere della nuova eticità.
Peccato perché il principale “vizio di forma” del femminismo antico fu di non riuscire a entrare in sintonia con il linguaggio vero delle donne. Un’eredità che soffoca anche i dibattiti odierni del postfemminismo. Magari bisognerebbe inseguire l’affrancamento da questo deficit di realismo, anziché litigare sulle farfalline…
a.t.