Terrorismo, allarme Tav o la solita gaffe?

La paura di una nuova stagione eversiva non fa dormire sonni tranquilli a nessuno. Dopo l’attentato a Roberto Adinolfi sono in molti a essere convinti che il rischio dell’escalation terrorismo sia più che concreto, primo fra tutti il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri che già domenica scorsa, al Salone del Libro di Torino, aveva parlato chiaramente di un rischio che esiste “e sul quale muoversi con molto rigore”. E ieri da Siena ha rilanciato, puntando l’indice sull’universo eversivo che gravita intorno ai movimenti No Tav: «L’Alta velocità è la madre di tutte le preoccupazioni». Ma, poi, attaccata da Rifondazione e dai gruppi di manifestanti della Val di Susa, ha rettificato parzialmente le affermazioni precisando che si tratta di una preoccupazione non legata in alcun modo al rischio terrorismo «ma alle opere da realizzare per l’alta velocità Torino-Lione, alle esigenze delle comunità locali e ai problemi di ordine pubblico».

L’ansia del Viminale
Tav o non Tav, dopo l’attentato ad Adinolfi l’ansia del Viminale è palpabile. La Cancellieri ha convocato per giovedì un comitato per l’ordine e la sicurezza ad hoc e sul tavolo ci dovrà essere un quadro preciso che consenta di garantire la massima protezione possibile ai luoghi e alle persone minacciate. Un’impresa non da poco tenendo conto delle numerosissime sedi di aziende controllate da Finmeccanica da presidiare e dei tanti responsabili di settori a rischio attentati cui assegnare la scorta. Non sono solo Finmeccanica, i suoi dirigenti e alcuni docenti delle facoltà di Economia e Ingegneria di Genova che in passato possono aver collaborato con la società, ad essere nel mirino. Sul web ricorrono inviti ad attaccare banche, ministeri e anche commissariati. Il ministro in un primo momento aveva lanciato l’ipotesi di un coinvolgimento maggiore dell’esercito, e il capo di stato maggiore Graziano, aveva assicurato che i soldati avrebbero fatto la loro parte. Ma anche questa ipotesi ha scatenato la sinistra e ieri la Cancellieri ha corretto il tiro: «Bisognerà lavorare più di intelligence che con le scorte: quanto all’utilizzo dell’esercito per difendere obiettivi sensibili, a meno che non dovessero succedere fatti particolari come quelli che abbiamo visto, pensiamo di utilizzare gli uomini che abbiamo con una razionalizzazione o un diverso utilizzo». Il ministro non è entrato nel dettaglio del piano antiterrorismo che il suo dicastero sta elaborando e ha spiegato, riguardo a eventuali scorte da assegnare, che «sono tutti piani che stanno vedendo le singole prefetture e poi si farà una pianificazione nazionale sul territorio». «Le prefetture – ha aggiunto – hanno già convocato i loro comitati per l’ordine pubblico provinciali».

Quattrocento gli obiettivi sensibili
La guardia in sostanza resta alta. Servizi segreti e vertici delle forze di polizia sono al lavoro per riaggiornare la mappa degli obiettivi ritenuti “sensibili”. Fonti del Viminale dicono che sono circa quattrocento. Tra l’altro i servizi di sicurezza seguirebbero in particolare «i filoni di approvigionamento economico» delle organizzazioni, per verificare finanziamenti ed eventuali «collegamenti di solidarietà internazionale ed europea». Si tratta ora di vedere, rimarcano gli 007, se il fronte eversivo sia composto da cellule isolate o sia invece legato a un progetto «di più respiro» della galassia eversiva e anarchica.

L’attacco di Cofferati
Ma qual è la novità in tutto ciò? Su questo tema sabato scorso Sergio Cofferati – che nel 2005, da sindaco di Bologna ricevette un pacco-bomba  rivendicato dallo stesso gruppo che ha ferito Adinolfi – intervistato dal Corriere della Sera ha fatto un’analisi precisa: «Sono dieci anni che arrivano queste rivendicazioni del Fai, l’impressione è che si sia perso tempo. Il fatto che non si sia mai trovato un bandolo della matassa è davvero preoccupante». La circostanza che «siano passati anni tra un’azione e l’altra può avere indotto gli inquirenti a considerare il Fai come un fenomeno poco preoccupante» con «conseguenze nefaste. Sono convinto che proprio questa certezza di non essere mai individuati abbia rafforzato nelle persone che si nascondono dietro la sigla Fai la convinzione di avere ampio margine per altre iniziative». E se «la spedizione di un plico esplosivo non necessita certo di una grande struttura» invece «pedinare, studiare il luogo dove abita e infine ferire una persona» come accaduto all’ad della Ansaldo nucleare Roberto Adinolfi «è una faccenda che presuppone l’esistenza di una organizzazione, seppur minima». «Sono rimasto colpito – ha aggiunto l’ex segretario della Cgil – da un paio di passaggi della rivendicazione. Quello dove sembrano parlare ai movimenti e quello in cui mostrano l’intenzione di avvicinarsi ai luoghi della produzione. Alle fabbriche insomma». E queste due pratiche «non sono molto anarchiche almeno non nel senso classico della definizione. Ma è vero che queste categorie sono vecchie, non hanno più senso e bisogna guardare a certi fenomeni con occhi nuovi». Di certo, «guai a sottovalutare» perché comunque «la strategia del Fai» sembra quella di «creare preoccupazione e tensione» e «in questa prima fase ci sono riusciti senza alcun dubbio». E Cofferati anche ieri ha ribadito in maniera chiara il concetto: «Non è possibile che la Federazione anarchica informale mandi bombe, plichi postali, colpisca persone e non si sia venuti a capo di nulla».

Quante distrazioni
Considerazioni che anche noi abbiamo scritto più volte. Ciclicamente i ministri dell’Interno alzano l’attenzione sul rischio terrorismo. Ma poi che fanno? Anche Maroni, dopo gli scontri del 14 dicembre 2010, disse che i facinorosi erano in tutto duemila. Disse che si conoscevano nomi e cognomi. Lo disse anche dopo gli scontri in Val di Susa. Ma per quale ragione non si è fatto nulla per arginare il fenomeno? Purtroppo anche Maroni si è inserito nella schiera dei ministri dell’Interno che hanno usato il pugno di ferro con i minorenni che allo stadio sventolavano i simboli celtici ma che poi hanno lasciato crescere e proliferare le organizzazioni dell’estrema sinistra. Sempre il 14 dicembre 2010, quando Roma fu messa a ferro e a fuoco dagli estremisti, Marco Boato durante un’intervista al Tg2 mise in guardia: «Fate attenzione e arginateli in tempo, oppure sfuggono di mano». Non fu l’unico. Appelli simili furono lanciati non dai soliti forcaioli, ma da persone che conoscono la galassia che ruota attorno alla sinistra: “centri sociali”, “disobbedienti” e “antagonisti” che dir si voglia. In realtà, non c’è mai stata la volontà di fermarli e questo fenomeno risale agli anni ’80. Dopo le grandi inchieste sul terrorismo, con la complicità della sinistra e anche di una certa stampa – che li ha coccolati e giustificati, se non assolti – si è consentito al pericolo eversivo di crescere e sedimentarsi. Una situazione analoga accadde anche negli anni ’70 quando si parlava di sedicenti Br e si diceva che erano fascisti travestiti da brigatisti, salvo poi scoprire chi erano veramente.

La voce contro di Manganelli
Certo non tutti pensano che oggi ci troviamo di fronte a una nuova emergenza terrorismo. Una voce controcorrente è quella del capo della polizia Manganelli, secondo il quale «il terrorismo è finito con le Brigate rosse, ora c’è una rigurgito che avevamo ampiamente previsto. La stagione del terrorismo è chiusa e sarei molto cauto ad affermare il contrario». La fase che il Paese attraversa, ha aggiunto, è di tensione sociale come quelle che ciclicamente capitano a causa di crisi occupazionali, precariato e che creano malcontento e effervescenza. «Ma il problema della piazza non ha nulla  a che fare col terrorismo».