La squadra di Monti ha bisogno dello psicologo

Si sentono tutti soli e affranti. Monti, Passera, la Fornero e persino Befera. Tecnici ed esperti, ministri dei miracoli (mancati), palestrati dell’economia e professori intoccabili. Provano amarezza e angoscia. È stato fin troppo facile all’inizio, per loro, danzare sulla crisi, venerati dai grandi giornali e coccolati dai settori che contano nella società. Poi, dopo la luna di miele, la stagione dei provvedimenti. E qui è venuto meno il castello incantato, con l’arrivo imprevisto della “depressione politica”. Monti è in crisi psicologica, retroscena e voci parlano di stanchezza, non gli vanno giù le polemiche dei partiti, non è abituato a essere criticato. Lui “è” il premier, sale in cattedra, insegna e non impara. Elsa Fornero si è scusata (in ritardo) con i più deboli, ha capito che sono stati tartassati parecchio ed è a un passo dal farsi scappare qualche lacrimuccia. Attilio Befera, in qualità di direttore dell’Agenzia delle entrate, si lamenta perché – a suo giudizio – è stato lasciato solo. Con le accuse che piovono su Equitalia, il governo preferisce mantenersi dietro le quinte. E Passera si dichiara angosciato. Una situazione paradossale, che induce Monti a correre ai ripari dichiarando che «è determinato a compiere il mandato affidato da Napolitano». Una excusatio non petita.

L’allarme di Passera
Con i tempi che corrono è meglio dare le colpe agli altri. E il ministro Corrado Passera segue alla lettera questa regola. Lancia l’allarme crisi, sostiene che «per metà del Paese è a rischio la tenuta sociale», denuncia la «mancanza di lavoro», ma poi  – intervenendo all’assemblea di Rete imprese – se la prende con l’Europa, che non distingue tra «spesa corrente e investimenti per la crescita». E il resto? Tutta colpa delle scelte politiche degli ultimi dieci anni. Quindi, di tutti, da Prodi a Berlusconi. Adesso non se ne esce se non con scelte di tipo europeo. Bruxelles «la deve smettere di parlare genericamente di sviluppo e fare investimenti». Detto da coloro che non più di sei mesi fa si erano presentati agli italiani come la squadra della cancelliera Merkel, gli interpreti della Ue, niente male. È una sorta di rivoluzione copernicana. Perché, fa capire Passera, con le politiche sulla Grecia e sul resto, l’Ue «non ha saputo garantire se stessa», ma adesso deve dimostrare «di saper garantire oltre che se stessa anche i più deboli». Il perché è presto detto: «Se mettiamo insieme disoccupati, inoccupati, sottoccupati e sospesi arriviamo a cinque, sei, forse sette milioni di persone». Una cifra davvero fuori misura, in quanto «se si moltiplicano queste persone per il numero dei loro familiari si arriva alla metà della società italiana. Non sono a rischio solo i consumi e gli investimenti – sottolinea Passera –ma anche la tenuta sociale ed economica del Paese».

Il nodo pensioni
Ma cosa fa il governo per venire fuori da questa situazione? Si muove controcorrente e accentua i problemi.  È il caso della riforma delle pensioni, dolorosissima, perché ha tagliato gli assegni, ha eliminato i trattamenti di anzianità, ha prodotto gli esodati. Il governo ne riconosce 65mila, l’Inps li quantifica in 130mila, i sindacati parlano di almeno 300mila lavoratori. E il ministro Fornero fa autocritica e riconosce che si tratta di una riforma che «ha creato problemi a persone e famiglie». E sono problemi dei cui «il governo è consapevole». Allora se ne poteva fare a meno? No, il ministro del Welfare ritiene che era inevitabile, «vista la prospettiva di un vero e proprio baratro finanziario che in quel momento era di fronte a noi». Tirare la cinghia, in ogni caso, potrebbe anche non bastare, perché secondo la Fornero «nessuna riforma del sistema previdenziale può funzionare  senza un buon andamento dell’economia e una riforma del mercato del lavoro, che deve essere più inclusivo e dinamico di quanto sia mai stato».

Il fisco pesa
Ma se l’economia non cresce le belle parole non servono. Gli italiani pagano troppe tasse, la pressione fiscale ha raggiunto il 45 per cento e potrebbe crescere via via che i provvedimenti varati dal governo Monti andranno a regime. E «il peso fiscale – dice il viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli, non può essere un motore per la crescita». Allora qual è la strada da percorrere per ridurre il debito? Grilli non ha dubbi: «Abbiamo bisogno – afferma – di un settore pubblico più piccolo e più efficiente». Nulla da eccepire, peccato che il governo finora tutto ha fatto fuorché muoversi in questa direzione. Anche se è evidente – come ha sottolineato il ministro della Salute Renato Balduzzi, che «soprattutto in tempi di crisi i criteri debbono essere chiari ed è necessario rivolgere  maggiore attenzione ai fragili, che non possono fare da soli. Chi è forte può stringere la cinghia, chi è debole, invece, ha bisogno di una rete». Un ragionamento che vale per l’accesso alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale, ma vale anche per tutto il resto. «Non sono tempi di grandi progetti – sostiene Balduzzi – sono tempi di difesa». Ma se questo è vero, come si fa a tergiversare su questioni come quella degli esodati?