«Già negli anni ’60 vivace e plurale»

«Mi ricordo un quotidiano aperto, illuminato». “Imperatore” della notizia, Pippo Marra, direttore e proprietario dell’AdnKronos, ha mosso i suoi primi passi da giornalista dietro la macchina da scrivere del Secolo d’Italianella storica sede di via Milano. Il Cavaliere del lavoro comincia dal basso la più classica delle gavette fino a firmare le grandi inchieste di cronaca. Siamo all’inizio degli anni ’60 e il quotidiano fondato da Franz Turchi viaggia già in mare aperto senza complessi di inferiorità. «Non era un bollettino di partito, si producevano idee, si animavano dibattiti, si tessevano rapporti con gli avversari, anche con il Pci…».

Pochi sanno che lei, un pezzo della storia del giornalismo e dell’editoria, iniziò nel “pericoloso” giornale missino.

Dopo aver cominciato nelle piccole agenzie e una breve esperienza da corrispondente in Calabria, sono arrivato al Secolo dove sono stato dal ’60 al ’65. Non c’erano molti mezzi, la sede era disagiata, ma si respirava un grande entusiasmo. Tra quelle mura ho imparato moltissimo, grazie ad Arturo Michelini al quale ero legato da una grande amicizia. Ho iniziato dalla segreteria di redazione, poi sono approdato alla cronaca e ho coordinato le pagine delle province e della salute: mi ricordo ancora le notti passate in questura per avere notizie. Era una fucina, un laboratorio: al Secolo ho appreso anche i segreti del proto, la composizione tipografica, la realizzazione della bozza. È stata una palestra straordinaria di giornalismo e di umanità che ha sfornato giornalisti di grande talento.

Quanti eravate negli anni in cui il giornale tirava 150mila copie?

In tutto una trentina, molto affiatati, tra decani e praticanti c’era un forte spirito di squadra. Ricordo che dividevo la stanza con Franco Petronio, che aveva una capacità di scrittura degna di Céline, non sto esagerando… Non posso dimenticare la sera in cui arrivò la notizia dell’attentato a Kennedy ed ero solo in redazione, finché non si presentò in “soccorso” Filippo Anfuso che mi inondò di storie, aneddoti, testimonianze.

Perché andò via?

Il mio progetto è sempre stato quello di fare l’editore. Nel ’65 sono stato chiamato come amministratore al Roma di Napoli e dopo quell’esperienza ho fondato una mia agenzia. Ma ho sempre seguito con affetto l’evoluzione del giornale che mi ha battezzato.

Erano gli anni del Msi che usciva dal ghetto del post-fascismo e sperimentava le prime timide alleanze, come l’appoggio al governo Tambroni. Qual era la linea editoriale?

Quella di un giornale aperto e mai settario, l’organo di una destra illuminata.

La destra del doppiopetto, moderata e conservatrice lontana dagli echi repubblichini?

Non direi, preferisco chiamarla “illuminata” perché guardava al superamento e alla pacificazione. Anche durante le vivaci contrapposizioni interne al partito non esistevano censure. Michelini ospitava tutte le voci. Ricordo gli interventi di Almirante, i fondi indecifrabili di Pino Romualdi, le pagine di Ugo Franzolin con il quale ho ancora rapporti epistolari. Anche i vari federali non allineati alla segreteria avevano il loro spazio.

Non un foglio di testimonianza di una comunità accerchiata?

Assolutamente no. Nella stagione di Michelini, quella che conosco direttamente, si faceva un giornale di opinione e i redattori erano tutti di spessore.

Che ruolo possono svolgere oggi i quotidiani di partito che non vivono di mercato?

Hanno ancora un futuro se si aggiornano e non vivono di autoreferenzialità. Devono rappresentare un’agorà, dimostrare potenza creativa, di analisi, di approfondimento e di prospettiva. Il classico quotidiano di partito, il bollettino, ha fatto il suo tempo, ora i movimenti politici sono in rete. Anche se sono un entusiasta delle tecnologie, resto convinto che la carta stampata sia insostituibile, ben venga la multimedialità ma anche il prodotto. La sua fisicità.